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I diffusori wireless premium dal suono straordinario a 360º, profondo e straordinariamente potente

Sono arrivati negli store i nuovi diffusori Bluetooth SoundLink® Revolve e SoundLink® Revolve+ di Bose.

Il design è completamente rinnovato per assicurare un suono omnidirezionale e avvolgente, gli speaker Revolve diffondono un suono profondo e sorprendente a 360° – a partire da una case in alluminio senza giunture.
“Quando il primo diffusore della famiglia SoundLink® è stato lanciato, ha subito conquistato il mercato – spiega Glenn Gomes-Casseres, wireless speaker product director di Bose – Non volevamo fermarci soltanto a migliorarne le capacità audio. Il nostro intento è stato quello di riuscire ad apportare una trasformazione che lasciasse il segno, al punto da riprodurre una sola canzone per sentire il miglior suono mai generato da uno speaker di quelle dimensioni”.
Gli ingegneri di Bose hanno ripercorso la fase progettuale da zero, per poter ridefinire il rapporto tra le dimensioni, il suono e la potenza della batteria. È stato inoltre sviluppato un pacchetto acustico interamente nuovo, successivamente abbinato a una case in alluminio monoblocco a forma cilindrica.
I diffusori SoundLink® Revolve non hanno una parte frontale e una posteriore e non devono essere rivolti a favore di una direzione specifica. Questa linea di prodotti include al suo interno una combinazione di radiatori passivi opposti, potenti e ultra efficienti trasduttori contrapposti e un nuovo deflettore acustico brevettato.
Grazie all’integrazione di un “pressure trap” per eliminare la distorsione, il risultato è sorprendente. Il suono si diffonde uniformemente in tutte le direzioni, con bassi ricchi e profondi e senza punti deboli e interruzioni di frequenza, tipici dei più convenzionali diffusori a 360º. Qualsiasi sia la sua collocazione, che sia al centro della stanza o vicino a una parete, il diffusore SoundLink® Revolve è in grado di garantire la stessa esperienza d’ascolto a qualsiasi utente. La musica è diffusa, nitida, e se lo si desidera, straordinariamente potente.

Entrambi i modelli Revolve sono adatti sia all’ambiente casalingo, sia a quello esterno. I dispositivi sono dotati di certificazione IPX4 che ne assicura la resistenza a eventuali schizzi di acqua a bordo piscina, spruzzi o dalla pioggia, mentre il case in alluminio li rende resistenti a urti, cadute e movimenti bruschi. L’attacco universale filettato appositamente allocato sul fondo di ogni modello ne rende facile il montaggio su un treppiedi, utile ad esempio per un comodo ascolto in cortile o durante un party all’aperto.

Il nuovo diffusore SoundLink® Revolve misura 15,2 x 8,2 cm, e
pesa solamente 0,66 Kg e grazie alla batteria ricaricabile agli ioni di litio consente fino a 12 ore di riproduzione. Il diffusore

SoundLink® Revolve+ è leggermente più grande, per garantire maggiori prestazioni, con una dimensione di 18,4 x 10,5 cm, un peso di 0,9 Kg e una batteria che offre fino a 16 ore di riproduzione. Entrambi i modelli consentono il pairing NFC e un set-up intuitivo grazie a comandi vocali in diverse lingue. Il vivavoce integrato consente di ricevere le chiamate e accedere a Siri e Google Now™ direttamente dal diffusore.

L’App Bose Connect consente inoltre di sincronizzare contemporaneamente due diffusori SoundLink, anche di modello differente, a partire dal nuovo SoundLink Color II, permettendo così di passare a un ascolto in modalità stereo, grazie a un pairing destra-sinistra o alla nuova modalità party, che permette di riprodurre lo stesso brano su due diffusori contemporaneamente.

I diffusori Bose SoundLink® sono riconosciuti da anni a livello mondiale come standard per uno streaming audio di qualità da mobile. SoundLink® Revolve e SoundLink® Revolve+ rivoluzioneranno la prossima generazione di diffusori, proprio grazie all’ossessione per la qualità del suono che ha reso tutto ciò possibile e che ha dato vita al diffusore wireless premium più piccolo di sempre.

I diffusori SoundLink® Revolve Bluetooth® e SoundLink® Revolve+ Bluetooth® sono già disponibili per i preordini nei i Bose store, sul sito Bose.it e presso i rivenditori autorizzati.

 

 

 

 


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Piccole community, grande partecipazione. Ecco perché il futuro è del microinfluencer marketing

L’influencer marketing è ormai una pratica diffusa tra i brand nell’ambito del digital marketing per farsi conoscere online e creare affiliazione.

Un influencer è, per definizione, una persona con un pubblico più o meno ampio in grado di influenzare le opinioni e i comportamenti di un determinato target di consumatori.

Il microinfluencer marketing si basa sugli stessi presupposti dell’influencer marketing, ma in scala micro. Attualmente sono molti i brand che stanno guardando con interesse sempre crescente al microinfluncer marketing: anche se può sembrare un controsenso affidare la promozione del proprio brand a un influencer con una cerchia di follower più ristretta, i vantaggi di questa opzione sono diversi.

Cerchiamo di riassumerli.

Perché il futuro è del microinfluencer marketing?

Affidare la sponsorizzazione del proprio marchio a un personaggio non semplicemente “famoso”, ma considerato credibile dai suoi follower perché esperto in un determinato settore e super partes rispetto ai brand, ha indiscussi vantaggi:

  • Permette di rivolgersi a un target specifico, affine ai valori del brand
  • Agisce sul consolidamento della brand reputation, perché la fiducia che i follower nutrono nei confronti dell’influencer si trasferisce automaticamente al marchio
  • Aumenta non solo la visibilità ma anche e soprattutto la percezione di vicinanza emotiva al brand

Questi sono alcuni dei motivi che, tra le altre cose, rendono la scelta di un influencer migliore sotto molti aspetti rispetto a quella di un testimonial.

I top influencer sono distanti dai consumatori

La percezione che il pubblico ha dei top influencer si è tuttavia modificata di molto in tempi recenti: sempre più spesso ingaggiati dai grandi brand, con un numero di follower tale da rendere impossibile la gestione diretta della community e l’interazione one to one, i top influencer vengono avvertiti sempre più spesso come distanti dal loro pubblico, e sempre meno affidabili perché “comprati” dai brand.

L’esempio lampante è quello di Chiara Ferragni: il suo successo, iniziato da un blog, ha raggiunto livelli tali da permettere alla trentenne di Cremona di trasformarsi in un’imprenditrice di successo, ormai percepita come lontana e inarrivabile dai suoi fan.

Un micro influencer è più autentico

Un micro influencer invece, a differenza di un top influencer, viene ancora considerato un membro della community: è una persona con la quale interagire in maniera diretta e quotidiana, in un rapporto reciproco molto simile a quello che si ha con un amico. Insomma, un micro-influencer è sì un esperto, ma è soprattutto percepito dalla community come “uno di noi”.

I microinfluencer ricevono più like e commenti

Per questo motivo, anche se la fanbase di un microinfluencer ha dimensioni ridotte rispetto a quella di un top influencer, il livello di engagement della community è maggiore, perché per i follower è più facile dialogare con una persona che viene percepita come simile a loro.

Come dimostra questo studio di Markerly, una piattaforma di influencer marketing, il tasso di engagement diminuisce all’aumentare del numero di follower:

  • 4% like per community tra i 1000 e i 10k follower
  • 2.4% per community tra i 10k e i 100k follower
  • 1.7% per community tra 1mln e 10mln di follower

Questo significa che una community è tanto più coesa quanto più è ristretta, e che la capacità di penetrazione di un influencer diminuisce all’aumentare del numero dei suoi follower.

Il target di un microinfluencer è più specifico

Spesso i microinfluencer restano tali perché scelgono di specializzarsi in un ambito tanto specifico da essere di nicchia. Un esempio tra tanti? Julien Miquel ha “solo” 42k follower su Instagram, ma è considerato uno dei top influencer internazionali nel settore wine. Individuare i microinfluencer del proprio settore di mercato permette ai brand di ottimizzare i propri sforzi e le proprie risorse rivolgendosi a un’audience ristretta ma in target invece di “sparare” nel mucchio.

Ingaggiare un microinfluencer costa meno

Ultimo ma non ultimo, il costo di un microinfluencer è accessibile per la maggior parte dei brand. Ingaggiare un top influencer su Instagram può arrivare a costare migliaia di euro a scatto, prezzi che scendono a qualche centinaia di euro se parliamo di microinfluencer.

Con lo stesso budget a disposizione si può optare per una campagna di microinfluencer marketing che permette di ingaggiare un numero di influencer molto più elevato, garantendo un tasso di penetrazione molto maggiore nelle singole community di riferimento di ciascun influencer.

Hai ancora dubbi sul fatto che il futuro è del microinfluencer marketing?


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Oggi per il #SMDAYITONTHEROAD voliamo in Sicilia, per conoscere Giada Pappalardo, blogger da 28,5 mila followers su Instagram.

Hai 140 caratteri. Raccontaci il tuo blog in un tweet.

Il mio blog è un diario personale e un album di fotografie. Racchiude le mie passioni più grandi: la fotografia, i viaggi e la moda. Racchiude me.
Quando e come nasce GlamPhotoMix?
Nasce nel 2012, dalla voglia di mettermi in gioco, ma è stato abbandonato e ripreso più volte. È cresciuto nel tempo e adesso è da circa un anno che ha quest’impostazione fotografica.
Il tuo blog è presente su Facebook e Instagram. Come mai hai scelto questi canali social?
Ho scelto questi canali perché sono fondamentali per me. Giocano un ruolo essenziale per veicolare il blog, e sono i social network che uso nel quotidiano.

Parliamo del tuo profilo Instagram. Cosa scegli per realizzare i tuoi scatti: reflex o smartphone?
Li utilizzo entrambi ma negli ultimi tempi preferisco postare per la maggior parte foto scattate con la mia amata Pentax. Ho un occhio fotografico molto critico e vedo imperfezioni ovunque. Per me la fotografia è un’arte e in ogni scatto cerco di mettere qualcosa di me, cosa molto difficile tramite uno smartphone.

Quando ti sei appassionata alla fotografia? Hai frequentato dei corsi?
Sono appassionata di fotografia da sempre. Ma è solo nel 2012 con l’arrivo della mia prima reflex, un regalo da parte di mio zio appassionato anche lui di fotografia, che mi sono innamorata di questa forma d’arte. Non ho frequentato nessun corso, solo qualche workshop, poi ho imparato tutto da autodidatta.
Sul tuo profilo Instagram, nulla è lasciato al caso, come organizzi la pubblicazione sui tuoi canali social?

Sul tuo profilo Instagram, nulla è lasciato al caso, come organizzi la pubblicazione sui tuoi canali social?

Curo molto Instagram e anche se sembra ci sia un piano editoriale ben stabilito, come in ogni strategia di social media marketing che si rispetti, io pubblico a ispirazione, senza sapere quello che pubblicherò dopo, seguendo sempre una linea visiva ben definita.

Primo viaggio in Sicilia: quale itinerario consiglieresti?

Amo tutta la Sicilia, ma se vi posso consigliare vedrei per la prima volta la parte di Catania o Taormina che secondo me è Sicilia pura. E poi Siracusa, io ce l’ho nel cuore!


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Con molto piacere ho raccontato al #SMDAYIT+#DIDAYS il progetto #MyPugliaStory. Buona lettura!

Partiamo da te. Siamo curiosi: chi è Angela Tursi?

Angela Tursi è una matta, una social media matta come mi definiscono i colleghi. E’ una ragazza semplice, curiosa, con tanta voglia di conoscere e sapere, che si emoziona davanti agli occhi grandi di un bambino come per ogni feature che Facebook introduce!

 Ti va di parlarci del progetto #MyPugliaStory? Che ruolo hai nel progetto?

#MyPugliastory è il più bel progetto a cui ho avuto l’onore di collaborare come co-founder. Il mio ruolo è stato quello di cronista social: cioè dal primo incontro con le blogger, alla scelta degli abiti, all’arrivo nelle località, all’incontro con le local expert.. è stato tutto filmato, ripreso e fotografato.
Durante il tour, durante quei sei giorni, abbiamo stretto molte mani!
I local expert si sono dimostrati molto entusiasti ed emozionati nell’accoglierci nella loro città, portandoci nelle strade e fotografando scorci che solo la gente del posto conosce.

La fase successiva è stata una fase di rielaborazione del materiale, con una programmazione accurata e dettagliata di un calendario editoriale, di una sezione del blog dedicata ai tips e news mettendo insieme le esperienze fatte, grazie sopratutto ai consigli degli esperti locali.

Come è nata l’idea? Ci chiediamo: c’è stato un episodio “scatenante”?
In verità non c’è stato un episodio scatenante, questo perché il Founder del progetto, si sveglia tutte le mattine con un’idea diversa e #MyPugliastory è stata l’idea di un classico Lunedì mattina, la differenza tra questa e le mille idee che ogni giorno ha, è che si è solo svegliato più giorni sempre con la stessa idea e lì ho capito che stava parlando sul serio.

Oltre all’obiettivo della promozione turistica, qual è, secondo te, la mission più profonda di un progetto così originale?

La mission di #MyPugliaStory è quella di diventare il portale per eccellenza della Puglia. Non ci sono altri portali che racchiudono all’interno delle esperienze autentiche da fare a chi decide di venire in Puglia, i consigli, gli eventi particolari da seguire consigliati da chi ci vive, da chi lo promuove, dalla forza di una travel blogger e di una food blogger che consiglierà i nostri lettori dove mangiare i piatti tipici del territorio. Attenzione, non nei posti più conosciuti, ma nei posti più veraci, più autentici, frequentati dalla gente del posto, dalla vicina di casa per esempio.

Hai qualche news sul progetto da raccontarci in anteprima?

Stiamo pensando ad un secondo tour verso altre parti della Puglia, coinvolgendo nuovi esperti locali scelti grazie attraverso dei contest super divertenti. Attualmente è in corso un contest che terminerà il 30 Giugno: usando l’#mypugliaidea sceglieremo le foto che rappresenterà meglio la Puglia. Premieremo l’idea più strana che la gente ha della puglia, racchiusa in una foto, ed il vincitore partirà con noi nel prossimo tour con il fantastico pulmino targato #MyPugliastory


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Dopo Torino, prosegue il nostro viaggio alla scoperta dell’innovazione che nasce sul territorio. Restiamo in Piemonte e ci spostiamo a Cuneo, per incontrare Matteo Sipione.

Studente al Liceo Scientifico di Cuneo, indirizzo di Scienze applicate, a soli vent’anni ha già inventato la sua prima app. Si chiama “FoodBay” e permette agli studenti di prenotare la merenda dal paninaro direttamente dal proprio telefonino.

“L’idea mi è venuta mentre correvo sulle scale per comprare il panino – racconta Marco – ci sono volute tre settimane per sviluppare l’Applicazione in Java. Al momento, l’app è scaricabile gratuitamente solo per Android ma da settembre sarà disponibile anche la versione per dispositivi iOS”.

Il funzionamento è semplice: basta scaricare l’app dallo store Google e registrarsi con il proprio account gmail. L’applicazione prevede due aree distinte: una per gli studenti e una per il paninaro. Da un lato, gli studenti possono prenotare la propria merenda (a ogni prenotazione viene assegnato un numero d’ordine) e vedere il costo esatto di quanto prenotato, dall’altra il paninaro può mettere da parte gli ordini. Ciascun utente, poi, può personalizzare l’app scegliendo tra temi diversi.

L’app, al momento, è utilizzata in due istituiti scolastici ma è accessibile a qualunque scuola. Un’idea semplice che apre nuovi canali di innovazione tra i banchi di scuola, anche in Italia, dove l’alfabetizzazione digitale trova gli strumenti per diffondersi.

È possibile scaricare gratuitamente l’applicazione “FoodBay” su Google.play:
https://play.google.com/store/details?id=com.sipio.software.foodbay.

See more at: http://www.laguida.it/Cuneo/Studente-cuneese-inventa-un-app-per-ordinare-i-panini-nell-intervallo#sthash.iGM4d1wv.dpuf


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Il nostro viaggio alla scoperta dell’innovazione sul territorio questa settimana gioca in casa e fa tappa a Milano, nel regno di Francesca Crescentini, alias Tegamini. Ha conquistato il web con la sua spontaneità e le sue vestaglie (dice lei). Nel 2016, ha vinto il premio come migliore Snapchatter ai Macchianera Awards grazie ai suoi imperdibili racconti di vita quotidiana, alle prese con il marito Amore del cuore, il figlio Minicuore, un gatto nero di nome Ottone, e alla sua rubrica librini tegamini. L’abbiamo incontrata per conoscere più da vicino la sua storia e questo è quello che è venuto fuori!

1. Quando è nato Tegamini e com’è cresciuto il blog nel tempo?

Tegamini (più o meno così come lo vediamo oggi) è nato nel 2010, anno di nuovi inizi e di considerevoli slanci energetici. Lì per lì era veramente un gran pentolone e ospitava una miriade di micro-storie e annotazioni estemporanee che ora ho la possibilità di dirottare più efficacemente su altri social. Lo spirito di “contenitore imprevedibile” è rimasto, ma ho cercato di strutturare gli argomenti con un po’ più di precisione. Voglio continuare a farmi guidare dalla curiosità e dal gusto per la scrittura, senza però abbandonarmi al caos più completo. I cambiamenti più incisivi, direi, toccano l’idea stessa di blog (che ora fa parte di una rete più vasta di canali social che possono aiutarmi a raccontare il mio quotidiano o a dedicarmi a un tema preciso, alimentandosi a vicenda) e l’aumento significativo delle interazioni con le aziende e, di conseguenza, dei contenuti legati ai brand – con tutte le delicatezze gestionali ed editoriali che ne derivano.

2. Dal 2010 a oggi, il web è cambiato molto. Come hai vissuto queste trasformazioni?

Diamine, per rispondere sensatamente ci vorrebbe una tesi di laurea (anzi, una per ogni potenziale parte in causa: azienda, brand, blogger, fruitore “base”, agenzia digital, galassie conosciute e universi paralleli…), ma cercherò di farla breve. Nasco ottimista, poi capita che mi ridimensioni. La sensazione è che sia successo tantissimo e che ci sia ancora della strada da fare perché questo “tantissimo” possa essere davvero gestito e padroneggiato in maniera del tutto razionale e positiva. La cosa bella – e complicata – è il moltiplicarsi dei linguaggi e delle possibilità espressive e narrative. Prima il mezzo privilegiato era la parola scritta, ma ogni nuova piattaforma ha ampliato lo spettro, rendendo l’immagine (più o meno in movimento) una componente centrale. I contenuti sono diventati più ricchi e complessi – il che è una buona notizia per chi ha voglia di sperimentare e parecchio da raccontare – e anche un po’ più “democratici”, almeno a livello di produzione. Si vedono solo meraviglie? Affatto. La gestione della propria presenza sul web è diventata più semplice? Nemmeno. Si sfocia spesso nell’inopportunità? Certo. Ma mi piace pensare che prima o poi riusciremo a metabolizzare la grande libertà che abbiamo a disposizione, impegnandoci a migliorare gli spazi che popoliamo.

3. La modifica dell’algoritmo di Facebook ha gettato molti addetti ai lavori nel profondo sconforto. Si può vincere la battaglia contro l’algoritmo di Facebook anche senza ADV?

No, per definizione. Se Facebook decide di strutturare l’algoritmo in modo che emergano i post sponsorizzati (o determinati formati) non penso ci siano troppi appigli per opporsi coraggiosamente. Da utente, però, credo che l’occasione sia propizia per intervenire attivamente su quello che mi viene proposto. Da buffa inventrice di cose da leggere e da guardare, invece, sono convinta che sia saggio coltivare la propria community con attenzione, cercando di creare interazioni di qualità. Mi piace pensare che si possa crescere in organico proponendo contenuti riconoscibili, curati e con una “voce” che riesca davvero a raccontare qualcosa di rilevante per l’utente. Si cresce più lentamente e in maniera meno eclatante, ma si cresce insieme a un pubblico che “c’è” davvero.

4. Com’è sbocciato l’amore per Snapchat? Dopo quanto tempo hai iniziato a vedere i primi risultati?

Ho cominciato a usare Snapchat un annetto fa, quando sono rimasta a casa in maternità. E credo di aver avuto (seppur involontariamente) un buon tempismo, visto che in quel periodo la piattaforma (almeno in Italia) stava registrando il primo vero momento di grande crescita. L’esordio è stato all’insegna della più totale cialtroneria – I FILTRI CON LE BESTIOLE! –, poi ho cercato di escogitare un modo per rendere “utile” il canale e ho iniziato a parlare di libri, creando una mini-rubrica di consigli letterari che continua ad apparire all’improvviso mentre racconto i fatti miei. La combinazione ha funzionato… anche se credo sia tutto merito delle mie straordinarie vestaglie.

5. Qualche istruzione per l’uso: come fare ad andare oltre la frustrazione iniziale e iniziare a muovere i primi passi su Snapchat?

Il fastidio dell’interfaccia non si supera, secondo me. Ma si impara a conviverci. Certe macchinosità svaniscono con l’allenamento e, a quel punto, il problema diventa chi seguire e cosa guardare. Temo di non essere la persona più adatta a raccomandare trucchi, scorciatoie e snellimenti metodologici – non mi è mai venuta voglia di sfornare manco il mio Bitmoji, figuriamoci -, ma l’unico consiglio che posso dare è di osservare bene quello che succede e di sperimentare (senza particolari manie di grandezza o aspirazioni da cabarettista).

6. La tua rubrica librini tegamini è stato un vero successo. Pensi che possa essere visto come un segnale che, anche settori tradizionali come l’editoria, debbano esplorare nuovi linguaggi per arrivare al pubblico?

Non ho la pretesa di ergermi a segnale capace di indicare la rotta a un intero settore, ma quel che posso dire è che, su internet e sulle varie piattaforme, i libri sono un tema sentito e vivace. Le statistiche continuano a confermarci che i lettori sono pochi, ma quei pochi sembrano frequentare i social e utilizzare il web in maniera piuttosto massiccia – come fa ormai qualsiasi consumatore, mi viene da dire. Credo che l’editoria, in un contesto di questo tipo, abbia l’enorme vantaggio di un prodotto ricchissimo: il libro è un oggetto narrativo capace di informare, intrattenere, emozionare. Chi vende grissini o detersivi (con tutto il rispetto per grissini e detersivi) non ha una tale fortuna, in termini di spendibilità contenutistica (e quindi “social”) della propria offerta – e i brief che arrivano alle agenzie digital richiedono tipicamente di far diventare ICONIC, UNCONVENTIONAL ed EMOTIONAL un mattone, ad esempio. L’editoria non avrà mai questo problema, penso, ma ce ne sono altri. Le case editrici (soprattutto quelle di lungo corso) non sono quasi mai strutturate per metabolizzare tempestivamente le novità o per gestire in tempo reale un’interazione come quella che una presenza social comporterebbe. E, anche quando la cultura aziendale aiuta, ci sono spessissimo problemi di organico, competenze, budget, organizzazione e di legittimazione gerarchica di un investimento di questo genere. Sarebbe bellissimo inventare un progetto digital per ogni libro che esce, insomma, ma non sempre ci si riesce e non sempre si trova il modo di lavorare su Twitter come ha fatto Einaudi. O di alimentare un portale come Il Libraio, di GeMS. O di usare il web e i social come una leva promozionale e di approfondimento costante come succede da NN o Minimum Fax.
7. Su Instagram stories hai lanciato la serie PuPAZZI. Come ti è venuta in mente questa nuova “rubrica”?

Instagram Stories è stato a lungo un mistero. Da utente di Snapchat, ho vissuto la parziale fuga sull’altro canale di parecchie persone che seguivo – e non posso di certo biasimarle. La situazione è ancora fluida, confusa e ricca di sovrapposizioni, visto che il trend generale è ancora un po’ quello del “devo esserci assolutamente – sempre, ovunque e comunque”. Non volendo replicare su Stories quello che faccio su Snapchat, ho usato Instagram molto poco – e, sulle prime, quasi esclusivamente quando mi veniva richiesto da un cliente. Un pomeriggio, però, ho casualmente capito che cosa dovevo farci. Ero a quattro zampe sul tappeto insieme a Minicuore, stanca come un asino e seppellita da due metri cubi di giocattoli assurdi. Io, di base, sono una mamma allegra, ma ad alcuni momenti di coma (a cui tipicamente si accompagna l’acuto desiderio di una solerte tata inglese) non si può sfuggire. Ammetterlo è disdicevole, però, perché l’universo ci vuole multitasking, euforiche, esultanti e devotissime alla prole – ma anche indipendenti, autoironiche, montessoriane e pazientissime. Non sentendomi all’altezza della complessità del ruolo, ho affidato i miei sentimenti ai PuPAZZI. Sono le tre e mezza del pomeriggio ma ti sembra di essere sveglia da tutta la vita? C’è un PuPAZZO che potrà gridarlo impunemente al mondo. E così è andata. Stories mi sembrava il mezzo più adatto per un “fotoromanzo”, visto che ha una gestione dei testi molto più elastica di quella di Snapchat e c’è amore e comprensione anche per le immagini statiche.

8. Tra i tuoi canali social hai anche YouTube, ma non è molto aggiornato. Come mai hai scelto di “abbandonare” questo canale?

Per presidiare dignitosamente Youtube non credo basti piazzarsi su una seggiola e sfornare un monologo di 18 minuti in piano sequenza, un po’ come quelli che producevo io. Trovare qualcosa da dire non è mai stato un problema per me, ma i video vanno editati, montati, musicati e sistemati in una miriade di modi che non ho mai avuto il tempo (e neanche l’impellente esigenza, devo dire) di apprendere con sufficiente scioltezza. La “gloria” è migrata su Youtube (e Facebook privilegia il formato video), è vero, ma se al momento non mi sembra di poter creare dei contenuti all’altezza, preferisco astenermi.
9. Utilizzi qualche tool o strumento per la gestione dei tuoi canali social?

Tweetdeck. E stop. 🙂

10. Per concludere una domanda scontata ma indispensabile: tre libri che non possono assolutamente mancare nella valigia quest’estate?

Le ultime cose belle che ho letto – e che consiglio con trasporto – sono The Handmaid’s Tale di Margaret Atwood (in italiano, Il racconto dell’ancella, pubblicato da Ponte alle Grazie), Non dimenticare chi sei di Yaa Gyasi (Garzanti) e Il giro del miele di Sandro Campani (Einaudi). Nella mia wishlist estiva, invece, ci sono The Idiot di Elif Batuman (perché I posseduti era un prodigio e voglio leggere tutto quello che mai al mondo deciderà di scrivere), I Hate the Internet di Jarrett Kobek e La ricerca del leone di Russell Hoban.

Vuoi saperne di più su Snapchat e Instagram? Non perdere l’appuntamento con i nostri workshop!