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Sono stati introdotti a ottobre 2017 ma Facebook ha deciso di migliorarli, ecco tutto quel che c’è da sapere sui post 3D.

Da qualche giorno infatti il padre dei social network ha introdotto il supporto al formato glTF 2.0, con cui si potranno condividere oggetti 3D più realistici e dettagliati. Gli utenti hanno quindi la possibilità di postare sul news feed oggetti tridimensionali con i quali è possibile interagire con il mouse o il touch.

I possibili utilizzi dei post tridimensionali sono potenzialmente infiniti. Il primo, e più ovvio, è poter realizzare modelli 3D dei prodotti da promuovere permettendo agli utenti di manipolarli e scoprirli a 360°. A tal proposito il portale di e-commerce dedicato a mobili e arredo Wayfair ha colto la palla al balzo realizzando modelli tridimensionali di alcuni ambienti con mobili in vendita nel suo store online. Questa novità è una preziosa opportunità da cogliere al volo per le case sviluppatrici di videogiochi, per il settore dell’entertainment e come detto per la pubblicità.

(Consigliamo la visione da Desktop)

Scopriamo di più sulle tecnologie che permettono tutto questo
Nato nel 2016 glTF 2.0 è l’acronimo di GL Transmission Format ed è l’estensione file che permette di elaborare in maniera semplice dei file standard, rendendoli 3D. Non a caso è anche chiamato il Jpeg delle immagini 3D. Permette inoltre di comprimere le dimensioni di modelli e rendering senza comprometterne la qualità. 2.0, invece, è la versione rilasciata nel 3 marzo 2017 che inizialmente era supportata solamente da programmi meno professionali come Paint 3D e Viewer 3D. Come detto l’estensione glTF 2.0 permette di condividere oggetti più realistici e dettagliati. Supporta textures, illuminazione e tecniche di rendering che puntano al realismo. Dalle ombre alle sfumature, dalle “bombature” alle linee squadrate, dal ruvido al lucido e dal metallico all’effetto soffice o vitreo. Insomma le potenzialità sono infinite.

In concomitanza con il lancio dei post 3D, Facebook ha anche implementato nuove Graph API. Queste consentiranno di creare e importare i rendering e modelli 3D dei post Facebook all’interno di app di terze parti. Sarà inoltre possibile abilitare i contenuti 3D dal proprio sito Web o da software a comparire automaticamente in 3D quando vengono condivisi su Facebook.

Il colosso blu ha anche dei partner a supporto di questa iniziativa, Sony è uno dei principali. I possessori di smartphone Xperia XZ1, Xperia XZ1 Compact e Xperia XZ Premium con Android 8.0 Oreo possono creare gli oggetti con l’app 3D Creator e pubblicarli direttamente sul social. Da web, invece, si possono condividere oggetti direttamente dalla galleria web di Oculus Medium e presto anche da Google Poly. Presto tutti i  software di modellazione si allineeranno e supporteranno questo formato rendendone possibile la condivisione su Facebook.

Ma dove vuole arrivare Facebook?
Questa implementazione fa parte di una più ampia strategia che Facebook sta attuando da anni: mettere a disposizione dei suoi utenti contenuti tridimensionali sempre nuovi e con un alto livello di interattività. Questi oggetti andranno a comporre un mondo senza interruzioni tra online e offline. Le persone, infatti, potranno condividere esperienze sempre più coinvolgenti e oggetti 3D. Il tutto attraverso VR, AR e Facebook, desktop, smartphone fino al visore per la realtà virtuale. Si andrà a creare un vero e proprio ecosistema 3D multipiattaforma, come l’ha definito Aykut Gönen al lancio sul blog per gli sviluppatori.

Questo progetto non è del tutto una novità. Ricordate nel 2014 l’acquisizione di Oculus Rift per 2 miliardi di dollari da parte di Facebook? Ed è appena di un anno fa l’arrivo di Hugo Barra a Facebook in qualità di capo del progetto realtà virtuale del social network.

Come detto fa tutto parte di un progetto di Mark Zuckemberg per creare una piattaforma ad hoc per realtà virtuale e mista. Si chiama Facebook Spaces ed è stato annunciato a F8 nel gennaio 2017. Un’applicazione di realtà virtuale che consentirà agli utenti di trovarsi in uno spazio interattivo dove poter condividere e visualizzare contenuti come video e foto a 360°.

Il colosso vuole sicuramente far colpo sui creators, fornendo loro uno strumento unico, ma soprattutto risultare ancora attraente agli occhi degli utenti più giovani e di tutti coloro che pian piano stanno abbandonando la piattaforma.

Si traggono sempre maggiori benefici a sperimentare per primi.
Infine i 4 modi per condividere un post 3D su Facebook per iniziare a sperimentare e spiccare nella news feed dei vostri amici o seguaci.

  • Creare un post 3D a livello di codice con la nostra API di post in 3D.
  • Condividere un link da una pagina web con i tag dei metadati di Open Graph Sharing.
  • Condividere una risorsa locale su un dispositivo Android utilizzando l’azione di condivisione nativa di Android.
  • Drag and drop di un asset nel Post compositor di Facebook.

Si possono generare modelli 3D adatti a Facebook in quasi tutti i programmi di creazione di contenuti come Blender, Modo, Maya o dai motori di gioco e salvarli con il formato glTF.

Le applicazioni sono infinite: prodotti, testi, loghi, scenari… insomma l’unico ostacolo per sfruttare questa nuova feature di Facebook è solo la vostra fantasia.

Avrete sicuramente notato che molti brand famosi si stanno cimentando nella sperimentazione di questo nuovo strumento. Lego, Jurassic Word, Peroni e Crash Royale per citarne alcuni.

(Consigliamo la visione da Desktop)


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Forse è solo tutta colpa di internet. Ormai è diventato impossibile tenere il conto delle bufale messe in giro. E in effetti, da qualche tempo, è diventata una consuetudine vedere il web e i social media invasi da fake news o notizie distorte. E, come se questo non bastasse, sempre più spesso la comunità scientifica viene presa di mira, bollata come inaffidabile e corrotta. Credere che ci sia una relazione fra i vaccini e l’insorgere dell’autismo è una delle bufale più diffuse in ambito medico che ha scaldato, negli ultimi mesi, non pochi animi

Vero come la finzione
Circa cinquant’anni fa si diceva che la libertà poteva essere minacciata dalla scarsità delle informazioni, e invece oggi è esattamente il contrario. La rete, con la gran massa di informazioni che produce e smaltisce, ci appare problematica e ambigua, tanto ricca di opportunità quanto di insidie. In realtà sembra che i media e la rete non siano più dei semplici mezzi di comunicazione, anzi sono entrati in maniera così forte nella vita di tutti i giorni, da apparire ormai come il nostro vero e proprio habitat. È come se i nuovi medium fossero diventati veri e propri costruttori di realtà, aldilà della realtà stessa. Siamo davanti ad un depotenziamento del reale a vantaggio delle sue rappresentazioni, spesso false. Dalla vacanza al mare, alla morte di un vip, dall’attentato terroristico fino all’after party del weekend, tutto, insomma, sembra fatto per darne notizia sui social. Siamo nell’epoca della spettacolarizzazione di ogni piccolo frammento di vita, e poco importa se ciò che è appena stato condiviso sui social è reale oppure no.

Non è vero ma ci credo
Il 2017 è stato sicuramente l’anno delle bufale, l’espressione fake news è stata talmente citata che il Collins Dictionary Word l’ha scelta come espressione del 2017, mentre Wikipedia l’ha inserita tra le nuove voci, insieme a bufala e post-verità. Ma cosa ci spinge a credere alle fake news? Probabilmente la portata delle notizie false, che di solito citano fonti credibili, ma non veritiere, o ancora un particolare trasporto nei confronti della news. Tutto ciò ci induce a credere e ricondividere ciò che in realtà non esiste. Perchè molti giovani non sanno riconoscere le bufale? Uno studio dell’Università di Stanford ha provato a fornirci una risposta. Nel rapporto si definisce deprimente la capacità dei giovani di ragionare sulle informazioni presenti su internet. I nativi digitali che possono, senza problemi, passare da Facebook ad  Instagram pianificando le diverse pubblicazioni ed hashtag performanti, quando devono valutare un’informazione che passa attraverso i social media vengono facilmente ingannati. Tra gennaio del 2015 e il giugno del 2016 i ricercatori hanno sottoposto gli studenti di scuole medie, superiori e universitari in 12 Stati a 56 diverse prove: in ognuna di esse lo studente doveva stabilire se e quanto erano affidabili le informazioni digitali presentate e per quale motivo.

I ricercatori dopo aver analizzato quasi 8mila risposte si sono accorti che la situazione era molto più grave del previsto. Ma non sono solo le bufale a preoccupare, lo studio ha anche evidenziato che i giovani non sanno riconoscere un contenuto pubblicitario da una notizia. Il problema non sono le pubblicità tradizionali, ma il native advertising. Quasi l’80% degli studenti di scuola media intervistati non ha capito, per esempio, che la scritta “contenuto sponsorizzato” indicasse  un’inserzione pubblicitaria.

Smascherare una bufala? Si potrebbe insegnare a scuola
Le fake news sono perennemente accessibili grazie a internet, mentre parallelamente si è indebolito il controllo dei contenuti da parte dei media. Questo significa che ogni cittadino ora deve cominciare, e imparare, a pensare un po’ come un fact-checker. Per combattere la disinformazione  perché non giocare d’anticipo e insegnare fin dalla scuola un metodo per riconoscere le bufale? Invece di limitarsi a smascherare le bufale, si potrebbero offrire strumenti di ragionamento per sviluppare il pensiero critico. È su queste basi che nasce in Uganda il progetto Informed Health Choices nato su ispirazione del best seller Testing treatments (Dove sono le prove?) scaricabile da qui. Il team dell’Informed Health Choices si ripromette, quindi, di insegnare al pubblico a farsi le domande giuste quando sono di fronte a un’affermazione che riguarda la salute.

È tutto un business
Lo scorso novembre un’inchiesta di Buzzfeed ha smascherato una rete di siti italiani creati appositamente per diffondere fake news, notizie copiate e disinformazione. Un vero e proprio business costituito da un network di 170 domini internet e diverse pagine facebook, tutte di proprietà della società Web365. I contenuti appartengono ad alcune categorie ben riconoscibili all’alto potenziale virale: articoli contro gli immigrati o che esaltano posizioni nazional popolari, pezzi di carattere religioso oppure post che puntano sul sensazionalismo e sul clickbaiting. BuzzFeed ha analizzato le interazioni e le condivisioni che i post di queste pagine hanno generato: in molti casi venivano addirittura superate grandi testate nazionali. Che dire poi del business delle fake news alimentari che promettono tutte la stessa cosa:  vivere più a lungo, perdere peso in fretta, renderci più belli. E a testimoniare il successo di diete o alimenti ci sono spesso star della tv, vip e influencer che contribuiscono alla causa postando ogni giorno sui propri profili social immagini in cui consumano questi prodotti. Il messaggio, accompagnato spesso da un codice sconto con referral link, è chiaro e semplice: puoi diventare esattamente così a patto di seguire questa dieta, comprare quel libro o bere tutti i giorni almeno due tazze di thé.

Come Facebook combatte le fake news
È di pochi giorni fa la notizia della minaccia del colosso pubblicitario Unilever, il secondo più grande inserzionista al mondo (l’anno scorso ha investito in adv digitale più di 9 miliardi di dollari), che ha fatto sapere a Facebook e Google di smettere di fare pubblicità sulle loro piattaforme se non faranno di più per combattere le fake news.  Ed ecco che il team di Zuckemberg  qui la nota ufficiale si mette all’opera introducendo una nuova misura per contenere le fake news affidandosi alla voce e al parere di chi conta di più: gli utenti. Saranno le persone a dire se si fidano delle testate da cui apprendono informazioni e, più una fonte sarà ritenuta attendibile, più i contenuti che pubblicano guadagneranno visibilità nel News Feed. Una funzione che ridurrà sensibilmente la quantità di informazioni che transitano per i feed ma che andrà a migliorarne la qualità. Quando una storia verrà giudicata falsa, Facebook mostrerà l’analisi scritta da chi l’ha verificata, nella sezione sottostante. In Italia con la collaborazione e il supporto di Pagella Politica, firmataria dei Poynter International Fact Checking Principles, si potrà segnalare una storia giudicata falsa. Se la storia dovesse essere inventata o parzialmente non vera, sotto al post dell’amico (che sarà avvisato con una notifica di aver condiviso una fake news), Facebook mosterà un riquadro in cui farà vedere l’altra versione dei fatti con l’analisi degli esperti, togliendo importanza alla condivisione dal flusso del news feed. Se invece l’articolo risulterà essere fondato, il social introdurrà una sorta di etichetta che farà da garante sulla veridicità della storia.

Bufale e legalità
Dal 1° gennaio in Germania è entrata in vigore la prima legge al mondo contro i post offensivi, le fake news e l’odio online. Costringe i social network con più di due milioni di iscritti a cancellare i contenuti diffamatori presenti al loro interno, pena sanzioni che possono raggiungere anche i 50 milioni di euro. Secondo un’inchiesta di Deutschlandfunk nel primo mese, l’Ufficio federale di giustizia che controlla la legge ha ricevuto solo 98 reclami.
Anche la Francia sta lavorando alla sua legge contro le fake news. Annunciata il 4 gennaio scorso dal presidente Macron si chiamerà legge sulla fiducia e l’affidabilità dell’informazione. La legge antifake news sarà promulgata entro maggio.
E in Italia? Dal 18 gennaio è attivo il nuovo servizio dalla Polizia postale che ha lanciato il progetto Red button. Il cittadino è in grado di segnalare alla Polizia.

l’esistenza di fake news. Qualora venga individuata con esattezza una bufala, sul sito del Commissariato di ps online e sui canali social istituzionali verrà pubblicata una smentita.

Bad News: il vaccino contro le bufale
Si tratta di un gioco e contemporaneamente di un esperimento sociale è Bad news che invita l’utente a mettersi nei panni di un creatore di bufale. Il gioco è stato realizzato da un team dell’università di Cambridge assieme ad un collettivo di giornalisti e ricercatori olandesi DrogL’ambizioso obiettivo? Svelare i meccanismi della falsificazione in rete: come nasce una notizia falsa, come si diffonde, che effetti provoca contro la rapida diffusione della disinformazione. Nel gioco il player deve riuscire a creare il caos, aumentando consenso usando l’unica arma delle notizie false, il tutto mantenendo un buon punteggio di credibilità per rimanere il più persuasivo possibile. Il tutto è abbastanza realistico. L’idea di base dell’esperimento è quello di fungere da una specie di  vaccino contro le fake news; vestendo i panni di qualcuno che tenta di ingannare dovresti diventare abile ad individuare e smontare quelle stesse tecniche. Il rischio, però, è che diventi una palestra dove chi già lavora con le fake news può allenarsi. Staremo a vedere, fra sei mesi, infatti, risultati saranno pubblicati su una rivista scientifica.

 


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Nel caso ti sia sempre chiesto cosa sia un hashtag ma non hai mai avuto il coraggio di chiedere, abbiamo trovato una spiegazione chiara e concisa di tutto ciò che devi sapere su questo fenomeno di Internet.

Partiamo dall’inizio: un hashtag è una parola chiave o frase preceduta dal simbolo dell’hash (#=Cancelletto).

A differenza di molti dei momenti più fondamentali di Internet, la nascita dell’hashtag è stata registrata quando lo sviluppatore Chris Messina, allora product designer di Google, ha twittato l’idea di attaccare un cancelletto (# o “hash” in inglese) di fronte a una parola il 23 agosto 2007:

Un decennio dopo, solo gli utenti di Twitter generano 125 milioni di hashtag al giorno, senza contare quelli utilizzati su Instagram, Tumblr, Facebook e altri siti di social media.

Sembra eccessivo dirlo ma un hashtag virale a volte può letteralmente cambiare la vita; ne è un esempio #IceBucketChallenge (ve lo ricordate vero).

Da questo possiamo capire quanto l’hashtag sia uno dei più grandi sviluppi della moderna Internet.

Con il diminuire della proprietà  della TV, l’importanza dei social media come connettore durante gli eventi dal vivo aumentata in modo monumentale. Laddove una volta un televisore era la nostra porta principale per gli eventi in svolgimento nel mondo, la possibilità  di seguire gli eventi live più o meno in tempo reale tramite i feed dei social media ha declassato la necessità di una TV in casa.

Parliamo ora delle caratteristiche degli hashtag per i differenti canali social.

Twitter
La quantità  ottimale è di due hashtag per tweet. Si è infatti notato che con un numero oltre, i tweet hanno un calo significativo del coinvolgimento.
E’ importante assicurarsi che le persone ritwittino gli hashtag che crei e anche qui un ottimo punto di partenza Hashtagify, che ti consente di controllare la popolarità e capire se il tuo hashtag è pertinente. Può essere utilizzato alla fine di un Tweet o incorporato come parte della frase.

Instagram
Il numero massimo di hashtag per post è di 30 (preferibile usare 10 con piccolo bacino di utenza, 10 medio e 10 grandi).
Come trovarli? Vai alla casella di ricerca e controlla ciò che il tuo pubblico, i concorrenti e i leader del settore stanno già  utilizzando.
Per mantenere tutto organizzato e ordinato, è meglio metterli alla fine della didascalia, preferibilmente separati da punti o asterischi.

Facebook
Che ci crediate o no, gli hashtag non sono importanti su Facebook e per questo vi raccomandiamo di limitarne il numero al minimo. In effetti, le didascalie concise tendono a funzionare meglio su questa piattaforma.

Linkedin
Come per Facebook, gli hashtag possono essere aggiunti, ma non hanno alcun effetto sul tuo post.

Pinterest
Pinterest consiglia di aggiungere non più di 20 e in questo caso funzionano solo all’interno delle descrizioni dei pin.

Come in tutte le cose, non bisogna esagerare nell’inventare nomi improponibili. Ci siamo permessi di darvi dei consigli su cosa fare e cosa evitare.

Anzitutto cercate di usare sempre hashtag specifici del marchio, perché a volte, il problema con l’utilizzo di tag generici o popolari, che i tuoi messaggi potrebbero essere persi nel rumore di centinaia di post o tweet che utilizzano gli stessi hashtag. Quindi, è sempre una buona idea creare i propri hashtag specifici per marchio, promozioni, eventi, concorsi o altre campagne di marketing. La chiave per creare un hashtag specifico è nel garantire che nessun altro utilizzi lo stesso. Deve essere unico e memorabile. Quando crei nomi specifici per campagne di marketing, assicurati di offrire agli utenti un incentivo irresistibile per utilizzarli.

Ad esempio, potresti far pubblicare agli utenti un hashtag specifico della campagna che stai gestendo per avere la possibilità  di ottenere sconti o vincere premi. In cambio, il tuo marchio trarrà  vantaggio dalla maggiore pubblicità  tramite un marketing virale e una traccia dei contatti che potrebbero diventare possibili clienti.

L’atra regola è di utilizzare parole brevi. Niente allontana le persone dagli hashtag eccessivamente lunghi come ad esempio #CosaHaiScrittoNonCapiscoNiente.

Non esagerare nel numero e nella forma: evita di scrivere l’intera didascalia con un hashtag per parola #perché #non #è #divertente #da #leggere #così #no?

L’ultimo e forse più utile consiglio che vogliamo darvi noi è semplicemente quello di sperimentare, monitorare, cambiare, adattare e analizzare.


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Finchè morte non ci separi? Forse questa frase non vale più. È arrivata l’era della digital afterlife, dove neppure morire mette fine alla nostra presenza online. Ecco quindi come continua la nostra vita, senza di noi, su internet e sui social network.

Digital afterlife cos’è?
Digital Afterlife è un termine, sempre più usato, per descrivere tutto ciò che riguarda la nostra identità digitale dopo la morte. Tutti i nostri account, social network ma anche posta elettronica, contengono i nostri dati che al momento della nostra morte rimangono lì bloccati paradossalmente ferme in un limbo virtuale fra vita e morte. In passato, alla morte di una persona il fiduciario legalmente riconosciuto poteva cercare documenti cartacei di conti bancari, azioni, fatture da pagare. La situazione oggi è molto diversa, molti hanno scelto di non utilizzare la carta, digitalizzando, invece, tutti i nostri dati. In alcuni casi può capitare che questi dati siano stati criptati dal deceduto, per cui resi illegibili, in altri che i fornitori dei servizio non permettano l’accesso previa autorizzazione. Così molto del nostro bagaglio in vita va rovinosamente perso. In tempi non sospetti nel 2013, la società informatica McAfee ha pubblicato un sondaggio che suggeriva di valutare le proprie risorse digitali, ovvero quelle create, inviate, ricevuto o archiviate in digitale. È risultato dal sondaggio che l’intervistato medio ha affermato che le proprie personal memories digitali si aggirano sul valore di circa $ 17.000.

Facebook postmortem
Sempre più spesso i siti hanno aggiunto opzioni per permetterci di pianificare la gestione dei nostri account quando non saremo più in grado di farlo. Tra gli altri Facebook che è stato quasi costretto a cercare una soluzione a questo problema considerando che sta diventando un vero e proprio cimitero online. Si stima, addirittura, che nel 2098 il numero dei morti su Facebook supererà quello dei vivi.

La crew di Zuckemerg ha introdotto la possibilità di passaggio da un profilo standard ad uno commemorativo, affidato ad un legacy contact, ovvero un contatto di fiducia che possa utilizzarlo post-mortem. Le opzioni di utilizzo di facebook restano quasi uguali alle classiche, infatti un legacy contact può scrivere post, rispondere alle richieste di amicizia, e addirittura aggiornare l’immagine del profilo e la foto di copertina.

Rivivere grazie ai bot
Considerati una delle più riuscite applicazioni del marketing automation i bot potrebbero avere anche altri scopi futuri, che ne dite di regalare l’eternità? È da questa premessa che parte Eugenia Kuyda, startupper nella Silicon Valley, che ha ricreato digitalmente il suo amico Roman Mazurenko, morto nel lontano  2015. Tutta la storia del progetto è leggibile qui.
In breve quello che oggi risponde quando si inizia una conversazione con Roman è un chatbot, ovvero un programma che imita il suo modo di esprimersi e la sua personalità. Perché il bot rispecchi al meglio Roman, l’algoritmo dà priorità, quando possibile, alle parole ricavate dai messaggi originali del ragazzo. In fondo qual è il desidierio di chiunque perda una persona amata? Che si possa ancora parlargli, dirgli almeno un’altra volta: “ti voglio bene”.
Il chatbot potrebbe essere quindi una resurrezione digitale la modalità di sfruttamento, più umanamente utile, della digital afterlife. Tutto ciò mette in evidenza come l’interesse sempre forte per l’aldilà può sfruttare le novità in termini di tecnologia e inteligenza artificiale. Per il momento il progetto iniziare di Eugenia Kuyda è culminato in Replika , un bot che mentre conversa con noi assorbe la nostra personalità.

Altri progetti di digital afterlife
Mentre si parla di digital afterlife e del destino dei propri profili sui social network dopo la morte, c’è già chi promette l’immortalità sulla rete: Eter9. Si tratta di una piattaforma che, grazie all’intelligenza artificiale, analizza la nostra attività social attuale per conoscere i gusti e personalità, fino a capire cosa potremmo postare in futuro, anche quando non ci saremo più.  Senza dubbio un altro affascinante esperimento di intelligenza artificiale.

La designer tedesca Leoni Fischer ha invece creato un diverso progetto di digital afterlife. Il suo è un particolare modo per dare vita ai morti utilizzando i loro account Facebook e l’ammasso di dati in essi presenti, trasformando questi ultimi in qualcosa di creativo. In Necropolis oggetti di uso comune diventano delle lampade, illuminate con ritmo diverso grazie all’algoritmo dell’account Facebook della persona deceduta.

La morte nell’era del digitale
La morte resterà sempre difficilmente accettabile, eppure la gestazione del lutto è stata profondamente modificata da internet e dai social network, anche se spesso non ce ne accorgiamo. È prassi ormai, quando muore un personaggio famoso che siano i social network il luogo principale in cui si esprime il proprio dolore, dando vita ad una catena di ricordi che si snoda fra un post e commenti, rendendo di fatto un evento luttuoso un momento di dibattito pubblico. L’afterlife digitale apre una nuova frontiera sul modo di pensare alla morte. È vero i social network ci rendono eterni, dando vita ad un’immagine di noi stessi che rimane cristallizzata nel tempo e immortale, almeno fino a che un fattore esterno non deciderà di intervenire.


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Torniamo a parlare di Instagram perché il secondo social media attualmente più utilizzato al mondo non vuole mai restare indietro e se Facebook già aveva integrato Giphy lo scorso anno per permettere agli utenti di poter rispondere utilizzando le GIF animate, da qualche giorno anche il social visual per eccezione permette questa opzione.

Non si parla ancora di acquisizione da parte del colosso Zuckerberg verso l’azienda Giphy, storico motore di ricerca contenente migliaia di GIF, ma noi vogliamo ipotizzare un futuro all’interno della grande famiglia Facebook.

I circa 800 milioni di utenti di Instagram probabilmente aspettavano questo annuncio da tempo ma con il nuovo aggiornamento alla versione 29 di Instagram, è possibile per tutti gli utenti di personalizzare ulteriormente le proprie fotografie e i propri video grazie all’inserimento di una simpatica immagine animata che rende ancora più divertenti e interattive le vostre stories.

Giusto per farvi presente due numeri sul bacino di utenze che utilizzano questo mezzo, l’ultimo dato aggiornato a inizio gennaio 2018, parla di un numero che si aggira a circa 300 milioni di utenti che utilizzano quotidianamente le Stories di Instagram.

Se dopo aver letto le prime righe di questo articolo sei già andato a provare la nuova versione delle stories, ma non visualizzi ancora le gif all’interno della tua sezione stories, ti consigliamo l’aggiornamento dell’app disponibile sia per Android che iOS.

Di seguito i link per le rispettive versioni sul Play Store e App Store.

  • Instagram | Android | Google Play Store, Gratis
  • Instagram | iOS | iTunes App Store, Gratis

Se non hai ancora utilizzato questo nuovo strumento, ti consigliamo di divertirti a sbizzarrirti ad usare subito le GIF nelle tue prossime Stories!

Di seguito una mini guida per guidarti passo passo:

  1. Anzitutto assicurati che la tua applicazione di Instagram sia aggiornata all’ultima versione (e se non lo è, trovi sopra nell’articolo i link per l’aggiornamento).
  2. A questo punto per rendere attivo l’aggiornamento esci dall’app e poi riaprila.
  3. Scorri con il dito a sinistra per fare una Story o clicca sull’icona con la macchina fotografica in alto a sinistra nella tua pagina home.
  4. Scatta una foto o fai un video per la tua Instagram Story e clicca sull’icona con lo smile dove trovi gli stickers (primo simbolo in alto a destra)
  5. Clicca sull’iconcina su cui compare la scritta “GIF” in movimento (terza riga a sinistra)
  6. Aggiungi la GIF (o le GIF) che più ti piacciono alla tua storia. Le GIF potranno essere ridimensionate e posizionate ovunque all’interno della foto. 
  7. Condividi con tutti i tuoi contatti di Instagram la tua creazione o se preferisci inviala direttamente ai contatti selezionati attraverso il direct message.

Altra novità Instagram che per ora riecheggia solo nell’aria ma è stata confermata dagli stessi programmatori di Instagram, come si può leggere nel loro blog ufficiale, è la possibilità a breve di caricare foto o video di qualsiasi dimensione per le Storie. Pensiamo che questa sia davvero un’ottima notizia per tutti gli utenti che, in questo modo, non saranno più costretti ad inserire immagini ritagliate con software appositi o comunque tutti quegli utenti costretti a acquisire o scattare foto/video esclusivamente in formato “verticale”.

Altra precisazione è che l’eventuale spazio in più potrà essere riempito con una sfumatura di colore personalizzata in base ai propri gusti e al contenuto della foto.

Su questo possiamo già dirvi qualcosa in più: per poter caricare l’immagine o il video nel formato verticale basterà pizzicarla e questa si adatterà al frame della story nelle sue dimensioni originali, sia esso quadrato, verticale o orizzontale.

Cos’altro dire? A questo punto siamo già impazienti del prossimo aggiornamento di Instagram.