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Continua la nostra avventura con #DIDAYSGIRLPOWER: è il turno di Federica Miceli, siciliana innamorata del mondo. Nel 2015 ha fondato Social Media Change, azienda che si occupa di gestione strategica, consulenza e formazione nell’ambito del Social Media Marketing. Nello stesso anno, ha aperto la community Igers Siracusa che si occupa di promuovere il territorio attraverso la fotografia e Instagram. Oggi, è Regional Manager di Igers Sicilia e membro del social media team Igers Italia.

Raccontaci un po’ del tuo percorso e come sei arrivata nel mondo dei social media

Non è stato un percorso lineare, a dire il vero non avrei mai immaginato di fare questo lavoro oggi. Ho studiato Lingue e Culture Straniere perché ero curiosa di conoscere il mondo, poi invece mi sono dirottata nel mondo del turismo, specializzandomi all’Università Ca’ Foscari di Venezia e lavorando nell’hôtellerie per diversi anni, sia in Italia che all’estero. La mia grande occasione è stata il Consorzio Siracusa Turismo, dove mi occupavo di marketing territoriale per la mia città. Lì ho iniziato ad intuire lo sconfinato mondo di possibilità che offrivano i Social e non mi sono voluta fermare al classico lavoro d’ufficio. Volevo scoprire di più, mettermi alla prova e non accontentarmi. Ho dato le dimissioni e ho iniziato a lavorare in proprio, una scelta difficile e un percorso in salita, ma che intraprenderei altre mille volte.

Nel 2015 hai aperto la community Igers Siracusa che si occupa di promuovere il territorio. Oggi sei la Regional Manager di

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Instagramers Sicilia, un account di più di 60 mila followers. Che strategie usi per far crescere la community?

Quando ho fondato Instagramers Siracusa non avevo realizzato pienamente la potenza mediatica che una comunicazione di questo tipo potesse offrire. Sapevo che promuovere il territorio con un approccio che parte dal basso e che punta su chi vive il luogo come primo ambasciatore era un’idea vincente. La community mi ha dato tanto entusiasmo e ha creduto in me fin da subito, io ho solo messo in atto le mie competenze e le ho condite con la sana voglia di divertirmi e fare bene alla mia terra. In un mondo in cui tutto è reperibile e visibile online, noi trasportiamo la promozione del territorio offline, organizziamo eventi in cui i nick diventano nomi e le foto profilo diventano facce sorridenti. La chiave della crescita è stata questa, oltre ad un team di persone dislocate nella regione che insieme a me s’impegna quotidianamente per portare avanti con passione il progetto nella progetto realtà locale. Essere instagramer e raccontare con occhi sempre nuovi il territorio non è un proposito, il nostro è uno stile di vita!

Quali mezzi (cellulare o macchina fotografica) e programmi usi per arrivare alla foto definitiva?

Nel lavoro amo programmare e avere tutto sotto controllo, con il mio profilo mi concedo il lusso dell’improvvisazione. Se da un lato utilizzo foto scattate con la mia reflex, dall’altro spesso mi trovo a vivere un momento che ho voglia di immortalare e condividere in modo istantaneo. Sono ancora una romantica di Instagram e credo che spesso la spontaneità e la genuinità siano valori vincenti. Come Social Media Manager utilizzo Onlypult per la programmazione dei post, perché è ovvio che a livello aziendale sia fondamentale seguire un calendario editoriale strategico per raggiungere gli obiettivi di business.

Sul tuo profilo Linkedin scrivi “considero gli strumenti Social come facilitatori di rapporti umani offline”, cosa intendi?

Spesso ci dimentichiamo che “Social Network” vuol dire “Reti Sociali”. Al centro ci sono le persone, sempre. Sono piattaforme nate con e per gli utenti, anche se il potenziale per le aziende è enorme. Dietro gli smartphone ci sono facce, nomi, esigenze, emozioni e non semplicemente numeri. Il successo è decretato dalla qualità delle relazioni che s’instaurano. I numeri sono vuoti finché noi non diamo loro un significato.

5 consigli che vuoi dare a chi vuole iniziare a lavorare su Instagram e sui social media

Il presupposto è avere qualcosa da raccontare, un messaggio da diffondere, una personalità da comunicare. Oggi fare l’influencer è un mestiere ambito e spesso considerato banalmente “sponsorizzare prodotti che le aziende regalano”. Sfugge l’idea che i veri influencer sono persone considerate autorevoli da chi li segue, persone che nel tempo hanno coltivato una community che li apprezza per ciò che sono e per l’esempio che diffondono. Evitare l’emulazione, il copia-incolla, le mode ad ogni costo sono regole valide tanto per i profili personali quanto per le aziende. E questo mi porta dritto al secondo punto: non ossessionarsi con i numeri. Follower, like, visualizzazioni sono metriche di vanità se non corrispondono a un effettivo coinvolgimento e interesse delle persone. Focalizzarsi sulle relazioni di lungo periodo, considerare che online ti porti dietro tutto ciò che sei offline, non pensare soltanto a vendere e tantomeno credere che Instagram sia il fine ultimo della propria strategia. Questo è un canale, ma la promozione è fatta di diversi nodi (non solo online) che devono essere coerenti e coordinati tra loro affinché ci siano risultati.

Cosa ne pensi del gender gap all’interno del settore in cui lavori?

In primo luogo, credo che sia necessario parlarne per abbattere tanti degli stereotipi di cui ancora la società è colma. E il problema non è solo per le donne che si affacciano al mondo della tecnologia e spesso si vedono inondate di pregiudizi se provano ad emergere in questo settore in costante crescita, è la società stessa ad esserne vittima in quanto tende a non sfruttare tale enorme potenziale. Noi donne, dal canto nostro, dovremmo prendere più coraggio e lanciarci con maggiore facilità in nuove sfide, senza aspettare di ritenerci perfette per farlo.

Ritieni che sia necessario svolgere delle attivita’ per coinvolgere un numero maggiore di donne all’interno di esso? Se si come ? Hai delle idee che pensi possano essere supportate dalla community di Digital Innovation Days Italy?

Negli ultimi tempi, sto partecipando a molti eventi che hanno l’obiettivo dell’inclusione digitale delle donne, del networking, dell’incontro, dello scambio e della formazione. Ciò mi rende entusiasta perché (abbattiamo un altro stereotipo) noi donne siamo collaborative, sappiamo fare squadra e sappiamo essere alleate nelle grandi battaglie. Continuare a organizzare eventi locali e nazionali di questo tipo per accendere i riflettori sulle professioniste che hanno successo o vogliono ottenerlo nei campi tradizionalmente considerati  “maschili” è l’infrastruttura necessaria per mettere la parola fine agli stereotipi legati al genere e alla tecnologia.

Seguite Federica su Facebook, Instagram e Linkedin e sul suo bellissimo sito.



Continua la nostra rubrica #DIDAYSGIRLPOWER con l’intervista ad Azzurra Rinaldi, l’@economistaxcaso di Twitter, ricercatrice in Economia e Professore di Economia dei Paesi Emergenti nonchè Direttrice del Corso di Laurea in Economia del Turismo presso l’Università Unitelma Sapienza di Roma.

Grazie per aver accettato la nostra proposta d’intervista. Ci piacerebbe approfondire il tuo mondo e scoprire come si sta adattando alla trasformazione digitale in corso.

Sei molto attiva su Twitter. Com’è nato il tuo nickname @economistaxcaso? Parlaci un po’ della tua carriera.
Sì, devo confessare che sono una social-entusiasta! Li uso ormai come fonte primaria di informazione: l’importante è sapere chi seguire, costruirsi il network giusto, essere open-minded anche in un uso intelligente. La mia esperienza di condivisione è iniziata proprio circa 10 anni fa, con un blog il cui titolo era, appunto, Economista per caso (da cui il nickname), in cui affrontavo argomenti economici, ma con una lettura personale e l’imperativo di non prendersi troppo sul serio (che in molti casi è uno dei punti deboli della categoria!).

Nel frattempo, la moda dei blog è passata ed io ho costruito un percorso professionale improntato sulla passione non solo per la didattica (a cui non rinuncerei mai: l’aula ed i giovani sono uno degli aspetti che amo di più nel mio lavoro all’Università), ma anche per alcune tematiche che sento particolarmente vicine.

Unitelma e Gamma Donna hanno unito le forze per una ricerca sull’inclusione finanziaria delle imprenditrici. A che punto è questa ricerca?
Sì: grazie alla sintonia che si è creata con Valentina Parenti (la mente ed il cuore di Gamma Forum), abbiamo pensato di avviare questa iniziativa volta ad indagare due dimensioni sensibili per le donne in generale e per le imprenditrici in particolare. I report sull’Economia della felicità (una branca dell’Economia che si occupa di misurare la soddisfazione complessiva degli individui rispetto alla propria vita paese per paese) mostrano dati su cui riflettere. A livello globale, la soddisfazione delle donne, nel corso degli ultimi 35 anni, è in decrescita. Numerosi possono essere i fattori in grado di spiegare questo andamento: secondo una delle ipotesi più accreditate, può essere ben spiegato da una trasformazione nel set dei benchmark. Ovvero, fino a qualche anno fa le donne avevano come punto di riferimento le altre donne, soprattutto nei paesi avanzati.

Ora il benchmark è cambiato e sono gli uomini. Da qui la maggiore insoddisfazione: basti pensare al gender gap retributivo, di carriera, sociale, politico… e questo è il primo topic: misurare il grado di felicità delle imprenditrici italiane. Il secondo è legato all’inclusione finanziaria: la letteratura ci dimostra che le imprese a conduzione femminile tendono ad incontrare maggiori ostacoli nell’accesso al credito. Il dato è confermato anche per il nostro paese? Siamo fermi al paradigma consolidato o qualcosa sta cambiando? È quello che stiamo cercando di capire attraverso la raccolta dei dati…

World Economic Forum sostiene che ci vorranno 108 anni per chiudere il Gender Gap. Ci suggerisci 5 mosse che, secondo te, diminuirebbero questo divario.
Ormai si è capito che, più che di gender gap, bisognerebbe parlare di maternity gap: il vero rallentamento si ha quando si rimane incinte e si procrea. Quella è una fase di stallo, sebbene naturale e biologica, da cui si fa incredibilmente fatica a recuperare in termini di opportunità lavorative, retribuzione ed avanzamento di carriera. Al primo punto, quindi, penso al congedo di paternità obbligatorio: i figli non sono solo delle madri, è giunto il momento per ripensare al paradigma famigliare ed il primo passo è condividere la gestione della prole con i padri sin dal primissimo momento. Al secondo posto, la parità in termini di accesso al potere: nel nostro paese (che si colloca in 80° posizione per gender gap secondo il Global Gender Gap Report 2018 del World Economic Forum), ci avviciniamo alla scadenza di una legge, la Golfo-Mosca, che ci sta consentendo di ottenere risultati che altrimenti sarebbero stati irraggiungibili. A volte è necessario forzare il sistema, che rischia di rimanere incagliato in meccanismi quasi automatici di riproduzione del potere. Al terzo posto, il sostegno nelle attività di cura.

Nel modello mediterraneo di welfare state, la cura di bambini, anziani e malati è quasi totalmente sulle spalle delle donne. Questo rafforza un meccanismo di esclusione, dando sollievo allo Stato: se le donne si fanno carico delle attività di cura, non è necessario produrre il servizio pubblico. Al contempo, in assenza di servizi pubblici adeguati, spesso le donne non hanno scelta. Un tipico esempio è quello degli asili nido, in cui alla carenza strutturale si aggiunge il rafforzamento di una dinamica territoriale che tende a indebolire le donne soprattuto nel Sud del paese. Un dato? A fronte di una presenza di asili per bambini sotto I 3 anni pari al 30% del totale nel Nord e nel Centro Italia (e già qui la percentuale, a mio avviso, è preoccupante!), nel Sud si arriva al 10%. Al quarto posto, l’istruzione. perché, se è vero che le ragazze italiane studiano più dei maschi, è pur vero che, per ragioni anche di natura sociale, tendono a scegliere corsi universitari che le penalizzano sia in termini retributivi che sotto il profilo delle possibilità di avanzamento professionale.

In questa direzione, ad esempio, sono ottime le iniziative di IBM e di Fondazione IBM per avvicinare le giovani donne alle STEM e prospettargli possibilità occupazionali che loro non altrimenti non considererebbero. Infine, occorre coinvolgere gli uomini: perché il gender gap davvero si riduca, non possiamo agire da sole. Conosco personalmente molti uomini (non moltissimi: smentitemi, ne sarò lieta!!!) Che sono pronti a dichiararsi femministi nel senso più puro ed originario del termine, ovvero che trovano del tutto naturale il fatto che uomini e donne debbano avere le stesse possibilità.

In che modo state favorendo l’empowerment femminile nei paesi emergenti?
Abbiamo iniziato anni fa a lavorare con Terre Des Hommes India, che è particolarmente impegnata nel supporto alle bambine. Nel Tamil Nadu, dove la ONG è collocata, all’interno dei villaggi vige una legge non scritta ma nonostante ciò ancor più vincolante: non è consentita la nascita di più di una femmina per nucleo famigliare. Dal momento che non esiste diagnostica prenatale, le bambine vengono fatte nascere e, una volta appurato il genere, vengono avvelenate. E questo succede per ogni bambina, dalla seconda in poi. Terre Des Hommes finora ha salvato circa 25.000 bambine da questo destino. Noi ci siamo affiancate a loro in attività di ricerca, di formazione e di supporto allo staff. Ma questo è solo uno dei tanti esempi delle realtà che troviamo sul territorio.

Ti occupi di formazione di donne e bambini libanesi e siriani: la rivoluzione digitale sta migliorando la creazione e fruizione di contenuti in ogni parte del mondo. Com’è cambiato questo mondo negli ultimi 10 anni?
Sì: questo è un altro progetto che stiamo conducendo con l’Università degli Studi Unitelma Sapienza, nella quale lavoro. L’Ateneo rappresenta un esempio della trasformazione digitale: i contenuti formativi vengono offerti totalmente in modalità online da docenti di comprovata esperienza pluriennale. Gli studenti sono liberi di accedere al materiale formativo (videolezioni, materiale didattico, test di autovalutazione, webinar) in qualunque momento e da qualsivoglia postazione. Già ci ha consentito di immaginare prodotti formativi da distribuire anche in open access in tutto il mondo.

In questo ambito rientra il progetto a favore delle donne rifugiate siriane in Libano. Si tratta di realtà molto complesse, in cui bisogna entrare in punta di piedi e comprendere le reali necessità delle popolazioni coinvolte. Sotto questo profilo, abbiamo deciso di muoverci lungo due linee: aumentare la consapevolezza delle donne siriane sotto il profilo riproduttivo – e per questo abbiamo messo a disposizione il corso in diagnostica neonata disponibile in open access sulla piattaforma dell’Università; aiutare le donne ad avviare un percorso di empowerment basato su iniziative di microimpresa – e per questo stiamo componendo un corso di microcredito, microfinanza e self-employment che sarà sempre reso disponibile attraverso l’accesso gratuito alla piattaforma.

Cosa ritieni che debba essere fatto per garantire una maggior presenza/attivismo/impegno delle donne in un campo come il tuo?

In ambio universitario non ci sono barriere formali all’avanzamento delle donne. Tuttavia, spesso i percorsi si interrompono a causa delle maternità (penso alla mia storia personale) e quindi non si può garantire la continuità nella produzione scientifica che viene richiesta e che i colleghi, a parità di bravura, non faticano a rispettare. Una grande opportunità anche in questo settore, a mio parere, deriva dalla capacità di ognuna di noi di fare rete: uscire dall’isolamento e creare sinergie.

Ritieni che la diversità di genere sia dovuta anche ad una mancanza di sicurezza da parte delle donne nell’affrontare certe sfide? Se si, per quale regione secondo te?
È sicuramente così. Le surveys del Dipartimento dell’Istruzione degli Stati Uniti lo dimostrano inequivocabilmente: sin dai 6-7 anni, le bambine tendono a sminuirsi, anche a fronte dei fatti, che invece dovrebbero portarle ad avere maggiore fiducia in sé (voti più alti, maggiore rapidità nel conseguimento dei titoli). Questa è un’area importante su cui intervenire e si tratta di vero empowerment. Ricordiamo che, per quante di noi sono madri, il primo mentoring avviene in famiglia. Io ho tre bambine piccole, viaggio molto per lavoro e, mi spiace ammetterlo, ma ogni volta che mi allontano, portò con me uno zainetto di sensi di colpa. Il mio auspicio è che, vedendomi partire e tornare spesso, quando saranno adulte e se decideranno di avere figli, a loro volta si sentiranno libere di partire, ma libere dallo zainetto!

Grazie mille Azzurra per la tua disponibilità, è stato un vero piacere conoscerti e fare un viaggio virtuale nella tua vita. Sei un bell’esempio di donna/mamma/manager/moglie/volontaria da seguire.

Azzurra la trovate su Twitter, su Facebook e su Linkedin.