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Nasce Reputation Science, la prima società in Italia che unisce comunicazione tradizionale e digitale, per un approccio metodologico scientifico e misurabile alla gestione della Reputazione

La reputazione, di un brand, di un manager o di qualunque persona fisica si costruisce e si modifica sia nell’ambiente digitale che nell’ambiente analogico.

Da questo assunto è nata Reputation Science, società creata da Community Group e Reputation Manager per costruire, rafforzare e proteggere il bene più prezioso che ognuno di noi possiede.

L’innovativa joint venture ha dato alla luce la prima società in Italia che unisce le competenze della comunicazione tradizionale e digitale mettendo a disposizione un supporto strategico e consulenziale, basato su un approccio metodologico scientifico e misurabile alla gestione della reputazione.

Community Group, gruppo di reputation management fondato e guidato da Auro Palomba, e Reputation Manager, leader nell’analisi e gestione della reputazione online di brand e figure di rilievo pubblico fondata e guidata da Andrea Barchiesi, a fine luglio hanno annunciato la nascita di questa nuova società che conta su un gruppo di 80 professionisti, tra esperti di comunicazione, ingegneri, consulenti di crisis management e analisti che in Community Group e Reputation Manager hanno acquisito un track record e le competenze che li posizionano oggi ai più elevati standard del mercato.

“Ogni impresa, istituzione o manager sa bene quanto la reputazione sia un asset centrale nella capacitaÌ di perseguire i propri obiettivi di crescita” – afferma Auro Palomba, Chairman di Reputation Science e di Community Group. “Con l’esplosione dell’accesso alla rete, sono cambiati i paradigmi della comunicazione: restare invisibili non è più un’opzione percorribile, dal momento che i media e le community – online e offline – hanno sempre più la capacità di definire la nostra identità anche in modo autonomo, se il flusso di informazioni non viene gestito. La capacità di parlare ai propri stakeholder” – continua Auro Palomba – “rende dunque obsoleta la tradizionale barriera tra comunicazione online e offline, e sempre più necessaria una gestione integrata della reputazione”.

“Le basi non sono cambiate: le aziende devono essere in grado di raggiungere il proprio pubblico nelle piazze in cui la reputazione si forma, con nuovi linguaggi e nuovi approcci. Questo scenario impone la necessità di dotarsi di un metodo scientifico e rigoroso, in grado di cogliere questa complessità e permettere la definizione di una strategia di gestione della reputazione di ampio respiro. Sono questi gli assunti sui cui abbiamo creato Reputation Science” ha concluso Palomba.

“Crediamo fortemente e da sempre in un approccio scientifico alla comunicazione, integrato in tutte le fasi del ciclo reputazionale: dalla definizione degli obiettivi di comunicazione dell’azienda alla proposizione strategica per realizzarli” ha commentato Andrea Barchiesi, Ceo di Reputation Science e di Reputation Manager.
“Reputation Science nasce con l’intento di offrire alle aziende un altissimo livello di consulenza basato su un approccio olistico alla costruzione della reputazione”.

Nell’advisory board di Reputation Science siedono oltre a, Palomba e Barchiesi, Giuliano Pasini, Roberto Patriarca, Marco Rubino, Davide Cefis, Elisa Fusaro, Daniele Marini, Pasquo Cicchini e Silvia Borsari.

 


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Se ancora pensate che per poter leggere nella testa dei consumatori serva la palla di cristallo o una seduta di ipnosi, allora è arrivato il momento per voi di capire cosa è il neuromarketing, e perché è così importante per chiunque voglia far passare un messaggio o vendere un prodotto.

Un pizzico di neurologia, un po’ di psicologia e alcune nozioni base di economia e marketing: la ricetta del neuromarketing è pronta a soddisfare la curiosità in merito alla domanda fondamentale del mercato, ossia cosa passa per la mente dei nostri interlocutori.

Un’attenta analisi di ciò che avviene nel cervello dei consumatori è essenziale per chiunque abbia intenzione di costruire una campagna pubblicitaria o promozionale, per influenzare le decisioni degli interlocutori e favorire quindi il successo e l’efficacia di ciò che essi vogliono comunicare.

 

Le basi del neuromarketing
Il neuromarketing si basa su conoscenze e strumenti che permettono di valutare le scelte istintive che il consumatore compie nei confronti di un prodotto, di un brand, di un messaggio, o in generale di una comunicazione. È infatti ormai scientificamente provato che la maggior parte delle decisioni, soprattutto quelle relative all’acquisto di prodotti, si basano su processi decisionali inespressi, influenzati da una base emozionale non conscia, che spesso sfugge anche ai metodi più canonici di analisi come i sondaggi e i focus group. Il compito del neuromarketing è quindi quello di analizzare le scelte dei consumatori in base a esperienze sensoriali, inconsce e emozionali.

Quali sono gli strumenti del neuromarketing
Il neuromarketing si affida a tecniche che sono sempre più all’avanguardia.

  • Uno degli strumenti più utilizzati nelle analisi è il cosiddetto eye-tracking, che permette di monitorare il movimento degli occhi degli interlocutori per capire dove letteralmente “cade l’occhio”, quali sono i punti in cui lo sguardo si fissa quando viene portato avanti un acquisto. Inoltre, attraverso questo strumento, è possibile anche rilevare la dilatazione delle pupille per tracciare le reazioni emotive dei soggetti coinvolti.

 

  • C’è poi quello che viene definito il brain imaging, ossia la mappatura delle attività celebrali. Attraverso questo monitoraggio è possibile analizzare la funzionalità delle varie aree del cervello e attribuire un significato in base agli stimoli somministrati.
  • Un altro metodo efficace è sicuramente il Facial Action Coding System (detto anche FACS), uno strumento meno invasivo che permette di misurare e studiare i movimenti dei muscoli del volto. Non solo permette di capire quali stimoli ci fanno sorridere, ma anche di distinguere tra una vera reazione di felicità e un sorriso finto, di circostanza.
  • Infine, è importante sapere che quando un cliente vuole comprare un prodotto, è più probabile che la transazione vada a buon fine quando l’acquisto è collegato a un’esperienza sensoriale: il consumer journey si basa proprio sulla necessità di creare il giusto incontro tra acquisto e attivazione sensoriale ed emotiva. Insomma, un ottimo modo per fidelizzare la clientela. Un esempio su tutti: alcuni negozi di abbigliamento che diffondono, all’interno dei propri punti vendita di tutto il mondo, la stessa fragranza.

Per far crescere qualunque tipo di business è quindi importante, accanto agli strumenti canonici di conoscenza del consumatore (sondaggi, focus group etc…), affidarsi anche agli strumenti offerte dalle neuroscienze. Perché, se è vero che i sondaggi possono fornire risposte razionali e ponderate, è molto più probabile che gli acquisti vengano portati avanti attraverso processi decisionali più “di pancia”, ed è bene quindi conoscere questo tipo di attività cerebrali. L’obiettivo quindi non è quello di “ingannare” la mente dei consumatori, ma piuttosto quello di conoscerla fino in fondo, alla ricerca della verità che sta alla base dei meccanismi del cervello.

 

 

Il neuromarketing e il web
Ovviamente tutte queste strategie e questi strumenti possono essere applicate anche al web. Sempre più spesso i siti vengono ottimizzati in base proprio ai parametri decifrati attraverso le nozioni del neuromarketing: tracciare i comportamenti dei click o i movimenti degli occhi dell’interlocutore su una pagina web consente di valutarne l’efficacia. Allo stesso modo fattori come la scelta del font utilizzato o dei colori del sito possono essere dettati proprio da analisi volte a colpire un determinato target. Non si tratta solamente di capire quali sono i contenuti più visualizzati o su cui si concentra l’attenzione dell’utente, ma soprattutto capirne il perché: in questo modo il neuromarketing ci permette di costruire una comunicazione più efficace e, se si parla di aziende che vendono un prodotto o un servizio, molto più redditizia.


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Negli ultimi mesi si è tanto parlato di Whatsapp for Business, ma c’è un’altra applicazione di messaggistica istantanea che si sta facendo sempre più strada: Telegram.

L’applicazione è nata nel 2013 ad opera di Pavel Durov, imprenditore e informatico russo classe 1984. Telegram punta sulla privacy e la completa gratuità, l’app è infatti senza scopo di lucro. Durov ha sempre sostenuto che la sua società non guadagnerà tramite i metadati degli utenti. Le uniche forme di monetizzazione potranno essere donazioni volontarie o funzioni aggiuntive a pagamento. Telegram ha introdotto la crittografia end to end prima di Whatsapp e la sincronizzazione desktop mobile. In più vanta i bot, i canali e gli stickers.
L’app è utilizzabile su tutti i dispositivi mobili e desktop allo stesso tempo e individualmente.

Telegram è in forte crescita tant’è che, come annunciato il 18 marzo sul blog ufficiale, ha recentemente raggiunto i 200 milioni utenti attivi mensilmente e conta 15 miliardi di messaggi inviati quotidianamente. L’app sta attraversando un vero e proprio boom non solo tra gli esperti digital ma anche le aziende iniziano a scoprire le potenzialità di questo strumento e adoperarlo nelle proprie strategie di marketing.

 

Canali e Bot due funzionalità preziose
Prima di passare ad analizzare l’utilizzo di Telegram in una strategia aziendale vediamo di chiarire prima le due funzionalità uniche e specifiche dell’app: i canali e i bot.

  • Canali: Sono dei gruppi di utenti pubblici monodirezionali, ossia solo gli amministratori possono pubblicare mentre i membri possono solo fruire dei contenuti. Il bacino è molto ampio, i canali infatti hanno un numero illimitato di utenti. Sono dotati di un’username e chiunque può trovarli usando la ricerca in Telegram e unirsi. A differenza dei gruppi su Whatsapp i nuovi membri possono visualizzare l’intera cronologia del canale quando si uniscono.
  • Bot: tecnicamente sono dei contatti automatici in grado di eseguire per noi numerose azioni semplicemente dall’interno della conversazione. Si differenziano tra bot standalone e bot inline. I primi sono sviluppati da terzi e possono venir inseriti sia da mobile che da desktop direttamente in una finestra di chat. Basta un click sul link e il bot sarà automaticamente inserito tra le nostre conversazioni e disponibile.
  • I bot inline, invece, sono interni e funzionano ancora più semplicemente, basta digitare in qualsiasi conversazione “@nomedelbot parametro”, sia da Telegram Web che da Telegram Desktop, senza bisogno di aggiungerli a priori.

 

Telegram 

per il Business, come integrarlo in una strategia aziendale
Siamo finalmente arrivati al nocciolo della questione: come Telegram può essere un prezioso alleato all’interno di una strategia di comunicazione. Telegram a differenza di Whatsapp for business non si è posto come un canale dove le aziende possono contattare gli utenti. L’applicazione grazie alle sue funzionalità particolari offre la possibilità sia di migliorare la comunicazione interna che quella esterna.

Comunicazione interna
Per quanto riguarda la comunicazione interna è possibile semplificare il flusso comunicativo e informativo di un team semplicemente creando gruppi e abilitando l’applicazione sia su smartphone che desktop di tutto lo staff. Ciascuno potrà impostare un @nomeutente così da semplificare la menzione del destinatario di ogni messaggio. Non dimentichiamo che si possono inviare files di ogni genere: messaggi testuali, video, immagini, file audio registrati al momento o file fino a 1,5 giga. È possibile utilizzare gli # per categorizzare e semplificare la ricerca di determinati argomenti, così da poterli ritrovare in un secondo momento.

 

 

Per quanto riguarda la comunicazione esterna Telegram si può adoperare in due modi distinti ed entrambi funzionali: micro community e costumer care.

 

Micro Community
Grazie ai canali si può andare a creare una community di riferimento con cui creare un rapporto comunicativo privilegiato. Come anticipato i canali sono monodirezionali, quindi la comunicazione è uno a molti (come la Tv o la radio) ma indirizzato a un target realmente interessato e non generalista. Chi infatti decide di iscriversi a un canale Telegram è fortemente motivato e interessato all’argomento.
Essere iscritto a un canale funziona come essere iscritto a una newsletter, ma più personale, diretto e per tua volontà. Funziona come un piccolo blog sempre a portata di smartphone. È tutto giocato sul mandare comunicazioni e novità tramite messaggistica, in modo quindi più diretto e immediato. Basti pensare quanto più velocemente leggiamo messaggi rispetto alle mail.
Come detto gli utenti non potranno commentare direttamente ma grazie a particolari bot potranno interagire.

 

Gli amministratori possono decidere se moderare i commenti (@lcommentsBot), creare votazioni e sondaggi (@vote) o permettere agli utenti di lasciare una “reaction” ai contenuti (@like). Grazie a bot come @ChannelHelp si possono programmare i post e crearne di attrattivi con gif, infografiche, foto seguite da testi. Si ha inoltre la possibilità di girare contenuti da altri canali o condivisi nei gruppi, ricordandosi però di mantenere sempre un coerenza con il proprio business e settore. In questo caso è possibile creare anche dei piccoli momenti dedicati all’intrattenimento, grazie a bot dedicati a quiz tematici o giochi online.

 

Costumer care
Passiamo al customer care, pratica ormai largamente diffusa e apprezzata attraverso i social. Grazie a Telegram è possibile fornire un servizio di costumer care in tempo reale per i propri utenti sia attraverso una live chat o impostando un bot di assistenza. È inoltre possibile creare gruppi fino a 20.000 membri e consentire agli utenti di iscriversi tramite link senza condividere i propri contatti personali, come il numero di telefono, a meno che non lo si desideri. È possibile anche passare dal gruppo ad una chat individuale senza doversi scambiare i dati. Nei gruppi o canali dedicati all’assistenza è possibile creare delle FAQ sui servizi e problematiche dell’azienda. Si potrà così aiutare l’utente a risolvere i dubbi più comuni sull’acquisto di un prodotto o in fase preliminare per aiutare a capire quale sia il servizio più idoneo alle proprie esigenze.

 

Come abbiamo visto quella che all’apparenza può sembrare una semplice app per la messaggistica istantanea cela invece un enorme potenziale a livello comunicativo.
Telegram offre la possibilità alle aziende di costruire una relazione solida e duratura con i propri utenti, puntando su azioni di direct marketing specifiche, pensate ad hoc per la propria nicchia e in modo puntuale e smart.


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Forse è solo tutta colpa di internet. Ormai è diventato impossibile tenere il conto delle bufale messe in giro. E in effetti, da qualche tempo, è diventata una consuetudine vedere il web e i social media invasi da fake news o notizie distorte. E, come se questo non bastasse, sempre più spesso la comunità scientifica viene presa di mira, bollata come inaffidabile e corrotta. Credere che ci sia una relazione fra i vaccini e l’insorgere dell’autismo è una delle bufale più diffuse in ambito medico che ha scaldato, negli ultimi mesi, non pochi animi

Vero come la finzione
Circa cinquant’anni fa si diceva che la libertà poteva essere minacciata dalla scarsità delle informazioni, e invece oggi è esattamente il contrario. La rete, con la gran massa di informazioni che produce e smaltisce, ci appare problematica e ambigua, tanto ricca di opportunità quanto di insidie. In realtà sembra che i media e la rete non siano più dei semplici mezzi di comunicazione, anzi sono entrati in maniera così forte nella vita di tutti i giorni, da apparire ormai come il nostro vero e proprio habitat. È come se i nuovi medium fossero diventati veri e propri costruttori di realtà, aldilà della realtà stessa. Siamo davanti ad un depotenziamento del reale a vantaggio delle sue rappresentazioni, spesso false. Dalla vacanza al mare, alla morte di un vip, dall’attentato terroristico fino all’after party del weekend, tutto, insomma, sembra fatto per darne notizia sui social. Siamo nell’epoca della spettacolarizzazione di ogni piccolo frammento di vita, e poco importa se ciò che è appena stato condiviso sui social è reale oppure no.

Non è vero ma ci credo
Il 2017 è stato sicuramente l’anno delle bufale, l’espressione fake news è stata talmente citata che il Collins Dictionary Word l’ha scelta come espressione del 2017, mentre Wikipedia l’ha inserita tra le nuove voci, insieme a bufala e post-verità. Ma cosa ci spinge a credere alle fake news? Probabilmente la portata delle notizie false, che di solito citano fonti credibili, ma non veritiere, o ancora un particolare trasporto nei confronti della news. Tutto ciò ci induce a credere e ricondividere ciò che in realtà non esiste. Perchè molti giovani non sanno riconoscere le bufale? Uno studio dell’Università di Stanford ha provato a fornirci una risposta. Nel rapporto si definisce deprimente la capacità dei giovani di ragionare sulle informazioni presenti su internet. I nativi digitali che possono, senza problemi, passare da Facebook ad  Instagram pianificando le diverse pubblicazioni ed hashtag performanti, quando devono valutare un’informazione che passa attraverso i social media vengono facilmente ingannati. Tra gennaio del 2015 e il giugno del 2016 i ricercatori hanno sottoposto gli studenti di scuole medie, superiori e universitari in 12 Stati a 56 diverse prove: in ognuna di esse lo studente doveva stabilire se e quanto erano affidabili le informazioni digitali presentate e per quale motivo.

I ricercatori dopo aver analizzato quasi 8mila risposte si sono accorti che la situazione era molto più grave del previsto. Ma non sono solo le bufale a preoccupare, lo studio ha anche evidenziato che i giovani non sanno riconoscere un contenuto pubblicitario da una notizia. Il problema non sono le pubblicità tradizionali, ma il native advertising. Quasi l’80% degli studenti di scuola media intervistati non ha capito, per esempio, che la scritta “contenuto sponsorizzato” indicasse  un’inserzione pubblicitaria.

Smascherare una bufala? Si potrebbe insegnare a scuola
Le fake news sono perennemente accessibili grazie a internet, mentre parallelamente si è indebolito il controllo dei contenuti da parte dei media. Questo significa che ogni cittadino ora deve cominciare, e imparare, a pensare un po’ come un fact-checker. Per combattere la disinformazione  perché non giocare d’anticipo e insegnare fin dalla scuola un metodo per riconoscere le bufale? Invece di limitarsi a smascherare le bufale, si potrebbero offrire strumenti di ragionamento per sviluppare il pensiero critico. È su queste basi che nasce in Uganda il progetto Informed Health Choices nato su ispirazione del best seller Testing treatments (Dove sono le prove?) scaricabile da qui. Il team dell’Informed Health Choices si ripromette, quindi, di insegnare al pubblico a farsi le domande giuste quando sono di fronte a un’affermazione che riguarda la salute.

È tutto un business
Lo scorso novembre un’inchiesta di Buzzfeed ha smascherato una rete di siti italiani creati appositamente per diffondere fake news, notizie copiate e disinformazione. Un vero e proprio business costituito da un network di 170 domini internet e diverse pagine facebook, tutte di proprietà della società Web365. I contenuti appartengono ad alcune categorie ben riconoscibili all’alto potenziale virale: articoli contro gli immigrati o che esaltano posizioni nazional popolari, pezzi di carattere religioso oppure post che puntano sul sensazionalismo e sul clickbaiting. BuzzFeed ha analizzato le interazioni e le condivisioni che i post di queste pagine hanno generato: in molti casi venivano addirittura superate grandi testate nazionali. Che dire poi del business delle fake news alimentari che promettono tutte la stessa cosa:  vivere più a lungo, perdere peso in fretta, renderci più belli. E a testimoniare il successo di diete o alimenti ci sono spesso star della tv, vip e influencer che contribuiscono alla causa postando ogni giorno sui propri profili social immagini in cui consumano questi prodotti. Il messaggio, accompagnato spesso da un codice sconto con referral link, è chiaro e semplice: puoi diventare esattamente così a patto di seguire questa dieta, comprare quel libro o bere tutti i giorni almeno due tazze di thé.

Come Facebook combatte le fake news
È di pochi giorni fa la notizia della minaccia del colosso pubblicitario Unilever, il secondo più grande inserzionista al mondo (l’anno scorso ha investito in adv digitale più di 9 miliardi di dollari), che ha fatto sapere a Facebook e Google di smettere di fare pubblicità sulle loro piattaforme se non faranno di più per combattere le fake news.  Ed ecco che il team di Zuckemberg  qui la nota ufficiale si mette all’opera introducendo una nuova misura per contenere le fake news affidandosi alla voce e al parere di chi conta di più: gli utenti. Saranno le persone a dire se si fidano delle testate da cui apprendono informazioni e, più una fonte sarà ritenuta attendibile, più i contenuti che pubblicano guadagneranno visibilità nel News Feed. Una funzione che ridurrà sensibilmente la quantità di informazioni che transitano per i feed ma che andrà a migliorarne la qualità. Quando una storia verrà giudicata falsa, Facebook mostrerà l’analisi scritta da chi l’ha verificata, nella sezione sottostante. In Italia con la collaborazione e il supporto di Pagella Politica, firmataria dei Poynter International Fact Checking Principles, si potrà segnalare una storia giudicata falsa. Se la storia dovesse essere inventata o parzialmente non vera, sotto al post dell’amico (che sarà avvisato con una notifica di aver condiviso una fake news), Facebook mosterà un riquadro in cui farà vedere l’altra versione dei fatti con l’analisi degli esperti, togliendo importanza alla condivisione dal flusso del news feed. Se invece l’articolo risulterà essere fondato, il social introdurrà una sorta di etichetta che farà da garante sulla veridicità della storia.

Bufale e legalità
Dal 1° gennaio in Germania è entrata in vigore la prima legge al mondo contro i post offensivi, le fake news e l’odio online. Costringe i social network con più di due milioni di iscritti a cancellare i contenuti diffamatori presenti al loro interno, pena sanzioni che possono raggiungere anche i 50 milioni di euro. Secondo un’inchiesta di Deutschlandfunk nel primo mese, l’Ufficio federale di giustizia che controlla la legge ha ricevuto solo 98 reclami.
Anche la Francia sta lavorando alla sua legge contro le fake news. Annunciata il 4 gennaio scorso dal presidente Macron si chiamerà legge sulla fiducia e l’affidabilità dell’informazione. La legge antifake news sarà promulgata entro maggio.
E in Italia? Dal 18 gennaio è attivo il nuovo servizio dalla Polizia postale che ha lanciato il progetto Red button. Il cittadino è in grado di segnalare alla Polizia.

l’esistenza di fake news. Qualora venga individuata con esattezza una bufala, sul sito del Commissariato di ps online e sui canali social istituzionali verrà pubblicata una smentita.

Bad News: il vaccino contro le bufale
Si tratta di un gioco e contemporaneamente di un esperimento sociale è Bad news che invita l’utente a mettersi nei panni di un creatore di bufale. Il gioco è stato realizzato da un team dell’università di Cambridge assieme ad un collettivo di giornalisti e ricercatori olandesi DrogL’ambizioso obiettivo? Svelare i meccanismi della falsificazione in rete: come nasce una notizia falsa, come si diffonde, che effetti provoca contro la rapida diffusione della disinformazione. Nel gioco il player deve riuscire a creare il caos, aumentando consenso usando l’unica arma delle notizie false, il tutto mantenendo un buon punteggio di credibilità per rimanere il più persuasivo possibile. Il tutto è abbastanza realistico. L’idea di base dell’esperimento è quello di fungere da una specie di  vaccino contro le fake news; vestendo i panni di qualcuno che tenta di ingannare dovresti diventare abile ad individuare e smontare quelle stesse tecniche. Il rischio, però, è che diventi una palestra dove chi già lavora con le fake news può allenarsi. Staremo a vedere, fra sei mesi, infatti, risultati saranno pubblicati su una rivista scientifica.

 


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E’ possibile distinguersi nel mare di comunicazioni commerciali, per giunta a poco prezzo e trasformando i clienti in veri e propri brand ambassador?
La risposta è sì!
Grazie all’esempio di tre aziende, vi mostriamo come questi brand siano riusciti a coinvolgere i clienti utilizzando gli adesivi.

1. Green Dream Clothing Co., far crescere un’idea

Green Dream Clothing Co. è un lifestyle brand che promette di piantare un albero per ogni capo di abbigliamento venduto.

Lo stile di Green Dream parla da solo: sotto l’aspetto alla moda la visione è molto più grande: un futuro più verde.
Green Dream ha utilizzato gli adesivi promuovendo il brand all’interno dei campus universitari. Gli adesivi non raffigurano solo ed esclusivamente il marchio e comprendono frasi come “Plant Trees”, “Good Vibes Only” o “Dream Louder”.

 

Gli adesivi vengono distribuiti agli studenti, che di fatto diventano veri e propri ambassador dello stile Green Dream, che più che uno stile di abbigliamento diventa così un vero e proprio stile di vita.

Gli adesivi sono stati un modo semplice e conveniente per fare marketing e promuovere la vision dell’azienda, consentendo ai millennial di sentirsi connessi al marchio in modo significativo.

 

2. Radio Roasters, per gli amanti del caffè

Radio Roasters è una piccola torrefazione di Atlanta che vende caffè sia online che in-store. Gli adesivi nel loro caso sono stati utilizzati sia nelle spedizioni dei prodotti ordinati online che per la vendita in negozio.

Radio Roasters ha infatti creato una serie di adesivi che raffigurano i diversi metodi di preparazione del caffè, per “educare” i clienti e catturare la loro attenzione, concentrandosi sull’esperienza del “fare il caffè” e non solo sul prodotto finale da degustare.

Gli sticker, che si fondono perfettamente con il design del brand, hanno consentito al marchio di coinvolgere attivamente i clienti e la community degli amanti del caffè. Un semplice adesivo è diventato un efficace strumento per informare ed educare sulle tecniche di preparazione del caffè.

Quello che ne è nato è stata una efficace campagna wom, che ha esaltato il prodotto attraverso il design e la condivisione sia sui social che sugli oggetti di uso quotidiano dei clienti.

Gli adesivi in particolare riscuotono grande successo su Instagram, intercettando target e community molto ben definite.

3. No Treble, ovvero come unire una community

Corey Brown, il fondatore di No Treble, ha intravisto la sua occasione di costruire un business dietro una delle sue più grandi passioni: il basso.

Corey ha voluto coniugare la sua esperienza con il web e la sua passione, creando un progetto parallelo che coinvolgesse la community di appassionati. Non trovando siti web dedicati alle ultime notizie sul mondo dei bassisti ha dato vita a No Treble, un “one-stop shop” per gli appassionati di basso.

In un primo momento, non pensava di renderlo un business, tutto quello che voleva era creare la migliore collezione di articoli e contenuti per bassisti sul web. “Non l’ho mai creata per fare soldi, non l’ho mai creata per essere grande”, spiega Corey.

Ma aggiornando quotidianamente i contenuti del suo sito, Corey ha dato vita ad un progetto di successo.

Nel giugno 2009 Corey ha pensato di inserire gli adesivi in questa sua impresa. Ha pubblicato un annuncio invitando tutti i lettori a inviare una mail in cambio di un adesivo, come giveaway. Centinaia di email sono arrivate al sito e gli sticker hanno cominciato a diventare virali, grazie alle foto postate dagli utenti. Finché gli adesivi stessi sono diventati il prodotto preferito dai bassisti. Ora si trovano ovunque su bassi e amplificatori, per identificare l’appartenenza a una community.

 

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App utili o folli?

Infinite e curiose App

App che aggregano ricette veloci e gustose, app per aggiornare e condividere – magari col partner – la lista della spesa, app per chattare, chiamare e videochiamare amici e parenti vicini e lontani, app per ricordarci le scadenze, i compleanni e le riunioni. E poi ci sono loro: le app più strane degli ultimi tempi! Il ventaglio è ampio e propone una soluzione per ogni esigenza, anche per quelle che non avreste mai immaginato di avere. Andiamo a vederle nel dettaglio e a svelare tutto, ma proprio tutto, quello che c’è da sapere su questi strumenti. Si tratta di App utili o folli? A voi l’ardua sentenza. Sicuramente simpatiche!

App dedicate alle relazioni

Avete problemi nella gestione dei rapporti interpersonali? Tutto risolto. Molte delle app più strane riguardano infatti la sfera delle relazioni. E si sa, i problemi nascono già al mattino. Se siete dei tipi molto loquaci sin dal suono della sveglia, mentre attorno a voi (siano essi coinquilini, partner o familiari) tutti odiano parlare prima del caffè, Wakie è l’app che fa per voi. Una volta installata, sarete ben lieti di ricevere chiamate che vi permetteranno di scambiare battute e resoconti sui programmi della giornata con un amico virtuale. Contenti? Ma non è tutto. Vorreste tanto avere l’anima gemella? Con l’app My Virtual Boyfriend potrete coccolare e accudire il vostro spasimante virtuale – creato su misura – 24 ore su 24, quasi come fosse un Tamagotchi! E se invece avete il problema opposto e non riuscite a gestire le vostre numerose relazioni? Ci pensa Amazing Girlfriend Manager, l’applicazione pensata per ricordarti gli appuntamenti presi, le bugie (o mezze verità) raccontate e persino il livello di coinvolgimento (nel caso uno poi non se lo ricordasse!).

App per fidanzati sempre presenti

App per fidanzati presenti

Per chi invece la ragazza l’ha già e vuole essere sempre un fidanzato modello, ecco una delle app tra le più strane, Bro App. L’applicazione consente di essere sempre presenti con messaggi d’amore anche quando si esce con gli amici e non si vuole vivere con lo smartphone in mano. Se la vostra ragazza è una di quelle che desidera ricevere sms di frequente (anche per accertarsi che non siate con altre donzelle), Bro App vi aiuta in questa missione. Come? Impostate dei messaggi anticipatamente e calcolate a che ora vorreste che la vostra lei li ricevesse. Programmateli insomma. All’ora indicata gli sms partiranno e voi potrete godervi la serata con i vostri amici in tutta libertà. E se la vostra ragazza sbirciasse nel vostro telefono? Tutto sotto controllo: l’app è dotata di password. Vi sentite un po’ in colpa? Ne avete ben donde, ma anche per questo c’è una soluzione: nell’app Confession potete annotare tutti i vostri peccati.

App curiose

Nell’era del web 2.0 è ormai risaputo che siamo diventati un po’ tutti più esibizionisti. E chi non ha in casa un gatto che ama farsi i selfie e condividerli sui social network? Grazie a Snapcat (non Snapchat) Fufi potrà fotografarsi allo specchio proprio come voi e mostrare il meglio di sé a tutti i suoi contatti. Per coloro che invece vogliono accertarsi che in casa non siano presenti fantasmi, ma non trovano online i contatti dei Ghostbusters entra in gioco Ghost Detector. Si tratta di uno strumento indispensabile che rivelerebbe infatti le presenze ultraterrene in modo molto semplice. La sua affidabilità però non è accertata, quindi si tratta di un’applicazione da prendere con le pinze.

App per il benessere

App per il benessere

E poi ci sono le app più strane attente al benessere. Melon Meter ad esempio è molto utile quando al reparto ortofrutticolo siete indecisi sulla scelta dell’anguria o del melone: la qualità ve la indica l’app. Se invece amate lavare con cura i vostri denti, sappiate che Toothbrush Fitness vi permette di allenarvi in quest’operazione seguendo istruzioni ben dettagliate. Per chi invece dimentica spesso di bere i famosi due litri d’acqua al giorno, c’è Dayli Water che vi ricorda di farlo e tiene conto dei bicchieri d’acqua bevuti. Ultime, ma non certo per importanza, le app PoopLog, Bower Mover, Poo Log. La loro funzione? Tenere aggiornati i dati sulla frequenza della vostra regolarità intestinale (sì, avete capito bene). Non vi sembra molto social? Lo è: pensate che potete condividere anche i risultati con i vostri amici. Chi non lo fa abitualmente?


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Indipendenza economica e realizzazione professionale attraverso il web.

Senti parlare di questo “nuovo mondo”, ma non sai ancora se effettivamente sia possibile e profittevole avviare una realtà online.

Voglio farti una piccola premessa prima di spiegarti come creare un business di successo con Internet.

Se stai valutando di avviare un’attività digitale devi essere pronto.

Tutti noi nella fase di decisione siamo vulnerabili e maggiormente esposti alla fragilità.

Ti sto dicendo questo perché prima o poi cercherai un confronto con le persone e queste saranno pronte a dirti che è tempo perso, che il “vero lavoro” è quello che facevano i nostri nonni e tante altre cose.

Poche di queste apprezzeranno il cammino che hai scelto e sono queste quelle di cui ti devi circondare!

La verità è che le persone si suddividono in due categorie:

– quelle che parlano, ma non hanno nessuna intenzione di fare qualcosa e sono quelle che ti criticheranno e ti ricorderanno quanto la tua strada sarà difficile.

– quelle che agiscono e realizzano i propri progetti e che difficilmente hanno tempo da dedicare a criticare gli altri.

Se dovessi rappresentare con un grafico le due tipologie potresti notare come la prima è superiore numericamente alla seconda.

Se hai capito e accettato questo punto, allora possiamo continuare.

Se vuoi conoscere come creare un business di successo online, devi sapere che ci sono dei passaggi da non sottovalutare. – Ho scritto una guida su come avviare un business di successo online recentemente e che puoi consultare anche tu a questo indirizzo.

First Step: Have you got an idea, guy?

Se hai deciso di investire nel web devi soffermarti e analizzare qual è la tua idea. Devi sapere che cosa vuoi fare da grande.

Uno degli aspetti più positivi di internet è il fatto che sono davvero poche le materie esenti e difficili da applicare.

Se i tuoi studi riguardano, per esempio, medicina, cucina, meccanica, psicologia potresti trovare facilmente la tua realtà.

Piccola (ma importante) precisazione: ricordati di avere la tua nicchia.

Quanti blog parlano di cucina? Tanti, troppi.

Quanti di questi parlano di cucina giapponese? Pochi.

Questo è un esempio di una nicchia più facile da scalare e conquistare.

Cerca di essere preciso e di non parlare a un pubblico troppo ampio.

Devi quindi tenere a mente quello che è il tema del tuo progetto. Devi conoscerlo e capire se attualmente esistono dei competitor online.

Inoltre, è opportuno svolgere una ricerca online in modo da capire quelli che possono essere i punti di forza e di debolezza nel tuo mercato. Servirà anche a capire chi sono i tuoi competitor e quali tematiche stanno trattando.

Second Step: Where is your audience?

Puoi avere anche la tematica più scottante del momento, ma se nessuno ti ascolta…

Quando hai superato il primo importantissimo passaggio, è fondamentale chiedersi come acquisire il proprio pubblico.

Ci sono varie possibilità.

Passaparola: funziona ancora inserendo link tra vari siti in modo tale che i visitatori incuriositi clicchino e si spostino sul sito di destinazione.

SEO: è una tecnica che ti permette di posizionare il tuo sito nelle ricerche dei motori come Google e ottenere traffico organico e gratuito.

Paid Ads: attraverso l’acquisto di campagne pubblicitarie viene mandato del traffico targetizzato sulla tua pagina.

Social Network: con l’avvento del Web 2.0 hanno reso tutto più facile. Condividere i propri contenuti è semplicissimo, si possono raggiungere dei numeri di audience molto alta e gratuitamente, indipendentemente dalla posizione che occupi sui motori di ricerca.

Third Step: which is your channel?

Abbiamo un’idea.

Abbiamo un pubblico.

Come possiamo creare un business di successo online?

Ci serve un canale.

Un sito internet, un blog, un canale YouTube, una pagina Facebook, un profilo Instagram….

Per avviare un business di successo online abbiamo bisogno di uno strumento che ci collochi nel web e che ci permetta di farci conoscere e raggiungere da più persone possibili.

A seconda di quella che è la tua idea di business puoi concentrarti sullo strumento che più si adatta – nel mio caso ho preferito usare la mia Pagina Facebook  per farmi conoscere e acquisire clienti, ma tu potresti optare per un profilo Instagram o un blog. Tutto dipende dalle tue necessità ed esigenze.

Fourth Step: It’s time to make money!

Per avviare un business di successo bisogna chiaramente generare un profitto.

Se vogliamo guadagnare attraverso il web abbiamo più possibilità. Quanto è bello il mondo digitale, vero?

Affiliazioni: ne hai sicuramente sentito parlare grazie ad Amazon e al suo programma. Inserisci un link a un prodotto e se il cliente acquista, dopo aver cliccato su di esso, tu generi una commissione.

Vendita di prodotti o servizi: hai scritto una guida e hai deciso di venderla attraverso il tuo sito oppure hai deciso di offrire una consulenza attraverso Skype ai tuoi clienti?

In entrambi i casi puoi usare Internet per raggiungere un potenziale di persone nettamente superiore a quello locale.

Pubblicità: alcuni blog riescono a guadagnare cifre considerevoli attraverso l’inserimento di banner pubblicitari sul proprio sito web.

È la strada più difficile per monetizzare poiché devi avere un volume di visitatori unici importante.

Considerazioni.

Prima di augurarti buona fortuna con il tuo business online, vorrei lasciarti alcuni spunti di riflessioni.

1. Keep calm & Hold on

La maggior parte delle persone si aspetta di avere dei risultati da capogiro nell’immediato. Al contrario!

Se il tuo progetto rispetta tutti i requisiti, avrai sicuramente un riscontro positivo. Tuttavia, armati di pazienza e tieni duro.

Creare un business di successo online richiede tempo, costanza e disciplina. Le soddisfazioni arriveranno – e che soddisfazioni!

2. Riduzione costi

Decidere di tuffarsi nel web con la propria realtà ha innumerevoli lati positivi. Uno di questi è sicuramente quello relativo ai costi.

Infatti, dovrai sostenere delle spese inferiori rispetto a un’attività fisica – niente affitto, spese di gestione….

Non va assolutamente sottovalutato.

3. Buttati!

Non voglio dire che devi fare un tuffo nel vuoto, al contrario.

Studia bene quello che deve essere l’iter del tuo business di successo – ma non tediare troppo!

Quando hai capito il percorso da seguire buttati, altrimenti, più passerà il tempo, più ti creerai dei motivi per non farlo….

…La vita è una sola ed è giusto investirla per realizzare quello che siamo veramente e non quello che ci impongono di essere.

Be yourself & good luck – and good work!

Alessandra Lorenzi


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Le fasi di activation e di retention sono fondamentali per poter fidelizzare i propri visitatori e renderli utenti attivi del proprio prodotto SaaS.

Avere però ottimizzata solo la prima di queste due fasi non basta.

Se si riesce a far iscrivere i visitatori alla prova gratuita del proprio servizio digitale, bisogna poi concentrarsi nel farli interagire costantemente con esso.

Infatti una percentuale significativa di utenti che si registrano, accederà una volta sola all’area riservata del sito e non ci farà più ritorno.

É necessario quindi contenere tale percentuale altrimenti si rischierebbe soltanto di bruciare tutto il budget destinato ai canali marketing di acquisizione.

Tra le tante ragioni dell’abbandono di un sito, ci sono le seguenti:
– l’utente non capisce come utilizzare il prodotto
– l’utente ha frainteso quali sono le funzionalità del servizio
– l’utente non riesce a giungere velocemente (o non viene portato con una certa frequenza) all’area principale del prodotto
– l’utente non comprende il valore e l’utilità del servizio

Perciò, alla fine, l’utente… se ne va.

Una parte del problema potrebbe essere costituito dal fatto di averlo lasciato solo al proprio destino nello scoprire come interagire con l’applicazione SaaS oppure di aver creato un pessimo percorso di esperienza utente.

Il modo migliore per risolvere la situazione e diminuire notevolmente la percentuale di abbandono si basa sul progettare un onboarding semplice e diretta all’obiettivo.
Che cos’è la Customer Onboarding?

La Customer Onboarding è il processo attraverso il quale il visitatore di un sito web viene guidato dal momento iniziale di ricezione della prima mail di benvenuto fino a tutti gli step successivi sul sito web per poter interagire con il servizio ed imparare ad utilizzare efficacemente le sue funzionalità principali.

L’obiettivo primario di tale processo è trasformare i visitatori in utenti attivi e fedeli alla piattaforma SaaS.

Statisticamente il 40-60% degli utenti che si iscrivono alla prova gratuita di un servizio la userà una volta sola e non ci farà più ritorno. La Customer Onboarding serve proprio a minimizzare il più possibile questo rischio.
Perché è fondamentale la Funnel Analysis?

Un aspetto decisamente importante per poter costituire un processo valido di onboarding sta nel monitorare il comportamento degli utenti quando interagiscono per la prima volta con l’app SaaS.

Si tratta della Funnel Analysis, l’analisi degli step e dei tassi di conversioni tra gli step che l’utente deve compiere per completare con successo un’attività all’interno del prodotto digitale.

Per implementare questo tracciamento generale, si può fare uso di uno dei seguenti tool: Mixpanel o Heap Analytics.

Sebbene il primo sia più popolare, anche il secondo risulta essere molto interessante ed utile. Perciò si consiglia di provarli entrambi e di scegliere successivamente quello più funzionale ed adeguato alle proprie esigenze.

Durante questa analisi, si suggerisce di trovare la risposta alle seguenti domande:
-Quali sono le azioni principali che si vuole che gli utenti eseguano all’interno del servizio?
-Quali passaggi intermedi l’utente deve compiere per interagire con una core feature dell’app?
-In quali fasi si verifica un abbandono significativo nelle sessioni utente?

-In queste fasi quali sono i comportamenti di chi abbandona e quali di chi continua lungo il funnel?

Le risposte a queste domande potranno far certamente comodo nel momento della pianificazione del Customer Onboarding.

Inoltre, seguendo la terza domanda, se si notano dei tassi di abbandono consistenti durante l’esperienza di onboarding, un ulteriore consiglio è quello di avviare degli usability test.

Per farlo, ci si può servire di Usertesting o Youeye, servizi che permettono di raccogliere questo tipo di informazioni da vari utenti qualificati.
Perché bisogna spingere gli utenti verso il loro AHA moment?

Il metodo migliore per evitare che gli abbandoni siano molto rilevanti sta nel condurre velocemente i visitatori verso il loro AHA moment, il momento in cui gli utenti fedeli si innamorano del prodotto e rimangono attivi nel tempo.

Sean Ellis, l’uomo che ha coniato il termine Growth Hacking, citò in una sua presentazione l’esempio di Twitter, quando si rivelò che una volta che un utente iniziava a seguire altri 30 account, sarebbe rimasto per sempre attivo.

Grazie a questa scoperta il team di sviluppo di Twitter integrò nell’onboarding il passaggio principale che consigliava (forzatamente) agli utenti di seguire altre persone con interessi simili o altri account di brand famosi. Non è difficile indovinare quale fosse il numero preciso di nuovi profili da seguire: 30.

Customer Onboarding: conclusioni

Se si crede che facendo semplicemente iscrivere l’utente alla propria app SaaS, inizierà immediatamente ad utilizzarla al meglio, si sta commettendo un grosso errore di valutazione.

In questo articolo si è affrontato il tema del Customer Onboarding, fondamentale per aumentare il tasso di retention e di engagement nel proprio servizio digitale, rendendo la maggior parte degli utenti dei clienti soddisfatti, attivi e fedeli nel tempo.

Per raggiungere tale obiettivo, bisogna effettuare un’ottima analisi del funnel ed individuare il modo migliore per mettere gli utenti di fronte al loro AHA moment.


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Se siete ancora molto lontani dall’età della pensione, ma più passano gli anni e più amate ritrovarvi coi vostri coetanei per guardare con vago disgusto alle abitudini delle nuove generazioni, rimembrando con emozione e malinconia i cari bei tempi di gioventù, allora molto probabilmente siete tra i finanziatori del crescente trend nostalgico dei consumi.

 

Da qualche anno stiamo assistendo ad una sempre più crescente voglia di ritorno al passato che si sta diffondendo progressivamente in tutti gli ambiti dei consumi: cinema, tv, eventi e, non ultima, la tecnologia.

 

Del resto in un periodo in cui la tecnologia riesce a modificare radicalmente gli stili di vita in soli dieci anni o anche meno, in cui il futuro è sempre più incerto e sono crollate le certezze che hanno caratterizzato la vita delle generazioni passati, cosa c’è di più confortante che rifugiarsi nel passato?

 

Tanti sono i brand che stanno portando avanti delle vere e proprie operazioni di nostalgia marketing: una strategia che fa leva sui ricordi e sulle emozioni dei consumatori, per avvicinarli al proprio brand.

La più recente e nota operazione di nostalgia marketing è stata portata avanti da HMD Global, società finlandese che sviluppa dispositivi mobili con il marchio Nokia, che ha rilanciato il cellulare più cult di tutti gli anni 90-2000: il famoso Nokia 3310.

 

nuovo nokia 3310

 

Amato e desiderato da tutti i giovani di allora, il Nokia 3310 debuttò sul mercato nel 2000 e riuscì in soli 5 anni a vendere ben 125 milioni di esemplari. I motivi per cui amarlo erano: il design accattivante, le suonerie polifoniche, i giochi e, non da ultimo, la sua indistruttibilità.

Il nuovo 3310 è stato lanciato il 27 febbraio 2017 a Barcellona in occasione del Mobile World Congress ed è stato sorprendente notare come un piccolo e colorato feature phone sia riuscito a rubare la scena ai più innovativi smartphone di ultima generazione.

I punti di forza di questa nuova versione sono il piccolo prezzo (49 euro) e una batteria potentissima che promette un’autonomia di 29 giorni se lasciato in stand by e di 22 ore di telefonate. Una bella ventata di aria fresca che libererebbe dal giogo del caricabatteria a cui siamo costretti con gli attuali smarthphone.

Come ha fatto questo telefonino con un display da 2,4 pollici, una fotocamere da 2 megapixel e una connessione dati ridicola ad attirare tutto questo interesse? Semplice: effetto nostalgia!

Ma le emozioni basteranno a sopperire la mancanza di una fotocamera decente e l’assenza di app ormai fondamentali come Facebook, Instagram, Snapchat e, soprattutto, Whatsapp?

Lo scoprireremo tra qualche mese!

Nel caso di Nintendo l’operazione nostalgia si è rivelata più che vincente.

 

Nintendo-Classic-Mini-NES

A luglio 2016 è stato lanciato in America il Nintendo Classic Mini, una rivisitazione mignon della storica console NES, uscita nel 1986 e diventata un cult per tutti i nati tra gli anni 80 e gli anni 90.

La nuova versione del 2016 presenta il perfetto mix di nostalgia e innovazione, permettendo di rivivere vecchie emozioni con la comodità delle nuove tecnologie.

Infatti, la console viene venduta con 30 giochi cult già installati con connessione HDMI che permette di essere collegata alle tv di ultima generazione. Ogni gioco può essere riprodotto in tre diverse modalità: tubo catodico, che riproduce la stessa modalità di visualizzazione delle vecchie televisioni, con tanto di linee di scansione; modalità 4:3, che garantisce il mantenimento dell’originale look, con un leggero allungamento in orizzontale e la modalità pixel perfect, una nuova tecnologia che garantisce immagini nitide anche su schermi molto grandi.

I risultati di vendita sono stati strabilianti con un effetto nostalgia che ha portato alla rottura di stock e a posizionare il nuovo Nintendo Classic Mini in vetta alle classifiche, immediatamente dopo  la Playstation4 di Sony e la Xbox One di Microsoft, leader del mercato.

L’effetto nostalgia risulta vincente anche sul grande e sul piccolo schermo.

 

La bella e la bestia 2017

 

Il 16 Marzo ha debuttato nelle sale cinematografiche La Bella e la Bestia, live-action remake del classico del 1991,  con ben 7,4 milioni di euro guadagnati solo nel primo weekend.

La Disney si sta affezionando agli ottimi risultati ottenuti dai remake live-action degli ultimi anni: Alice in Wonderland guadagnò 116 milioni di dollari, Il Libro della Giungla 103, Maleficent 74 e Cinderella 68.

Non stupisce che il 2018 in casa Disney sarà ancora a tema remake: da Genius (prequel di Aladdin), a Tink (spinoff di Peter Pan), alla Sirenetta, ci sono tutti i presupposti per rituffarsi nei dolci ricordi d’infanzia.

Non è solo la Disney ad essere rimasta intrappolata nel baratro dei ricordi, ma la maggior parte delle uscite cinematografiche del 2017 saranno a tema nostalgia.

Il 2017 sarà l’anno dei remake di film cult anni 80 e 90.

Assisteremo al ritorno di Jumanji, a quello del cult horror It,  vedremo il reboot di Blade Runner e  persino la trasformazione in film di Baywatch e dei Power Rangers, serie televisive che hanno segnato l’infanzia di chi è nato negli anni 80 e 90.

Il 23 febbraio ha  debuttato in sala T2 Trainspotting, dell’omonimo film cult del 1996, firmato Danny Boyle.

Il secondo capitolo, tanto amato da alcuni spettatori, quanto odiato da altri, è un distillato di nostalgia pura che ben ricalca il trend di questi ultimi anni.

Trainspotting 2 ci insegna che non importa quanto il passato possa essere stato imperfetto e disagiato, di fronte al cambiamento e alle continue incertezze imposte dal futuro, la tentazione sarà sempre quella di riscoprire il caldo calore delle certezze dei tempi andati.


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Come al solito sono in ritardo, faccio una corsa e prendo il treno al volo. Le porte si chiudono dietro di me, al ragazzo con la barba salito un attimo prima si appannano gli occhiali, al mattino l’aria è ancora fresca.

Il treno corre e io ripenso ad una cosa che mi ha particolarmente colpito di Londra in questo periodo, la quantità di alberi in fiore, ci sono tantissimi splendidi ciliegi e anche molte magnolie che regalano emozioni.

Era lunedì, il primo giorno di primavera e al tempo stesso iniziava anche l’Advertising Week. Per chi non la conoscesse, l’Advertising week è un evento itinerante che al momento tocca quattro città: Londra, New York, Tokyo e Mexico City; dove i temi trattati sono quelli dell’advertising (ovviamente). È un evento talmente grande che non hanno una brochure dell’evento ma una rivista da 296 pagine.

Immaginerete che fare un resoconto di un evento come questo necessiterebbe di un articolo per ogni singolo intervento.
Ho deciso invece di “parlarvi” velocemente solo della Realtà Virtuale, e poi invece di riportarvi dei consigli molto utili che abbiamo ricevuto ad un workshop tenuto dal team Facebook Blueprint, consigli per i vostri progetti video.
Ho avuto finalmente modo di provare le versione commerciali dei visori VR Oculus e HTC, e anche, non li avevo mai visti, gli Hololens di Microsoft.

Non so voi, ma quando ero piccolo, mia madre era solita ripetermi di non stare troppo vicino alla televisione, ecco, ora con questi visori ci mettiamo un “monitor” a circa cinque centimetri dalla nostra retina.
Che dire? WOW!
Le sigle per chi ancora non si è avvicinato a questo mondo sono:
-VR, Virtual Reality, Realtà Virtuale.
-AR, Augmented Reality, Realtà Aumentata.

Con un visore VR, sarete totalmente immersi in un mondo virtuale, gli usi che si possono fare sono svariati e sicuramente non solo il gaming, anzi, pensavo che se avete un agenzia immobiliare potreste accogliere il vostro cliente nella vostra agenzia e fargli visitare alcune proposte che ritenete interessanti.
Il vostro cliente potrà tranquillamente muoversi all’interno della abitazione, sia che essa esista già o che sia ancora un progetto; potrà accendere o spegnere le luci e potrà, se vuole,  anche cambiare il colore delle pareti o l’arredamento interno. Questo per fare solo uno dei tanti esempi.

Con i visori VR, ho provato sia a disegnare in 3D ed è un’esperienza fantastica perché ti sembra di “costruire” qualcosa e ho guardato un video spot girato con le classiche telecamere 360, ed il bello di questi video è che tendenzialmente li potresti guardare molte più volte, perché ogni volta potresti decidere di guardare in una direzione diversa.

Per quanto riguarda gli HoloLens di Microsoft? Credo che questo video renda più di mille parole.

Il video inizia con la parola “GameChanger”, ed effettivamente, ti sembrerà di trovarti nel futuro solo per il fatto di averli addosso. Ma ritorniamo ad un presente più diffuso ed ai normali video.

Perché ho preferito soffermarmi su dei consigli pratici per i video? A causa di un dato molto importante:

“Nel 2020 il 75% del traffico dati su mobile sarà generato dai Video”

Oramai lo dicono tutti: Video, Video, Video. Ok, ma come? Oramai lo sappiamo, se dobbiamo sviluppare un sito web è sempre “Mobile First”, ma abbiamo lo stesso approccio anche per i video o l’advertising?

“Stiamo utilizzando una strategia e/o la generazione di contenuti con un approccio mobile first?”

Se state per iniziare un lavoro strategico, solitamente partite con un’analisi. Dunque anche in questo caso proviamo a fare una rapida analisi di come le persone solitamente usano lo smartphone. Facendo  particolare attenzione al contesto video, troveremo alcune caratteristiche ricorrenti:

-Frequente (guardiamo lo smartphone sempre più frequentemente).
-Veloce (abbiamo sviluppato un pollice che scrolla a velocità impensabili).
-Sound Off (solitamente i video partono senza musica e solamente dopo decidiamo di attivarla).
-Verticale (il nostro smartphone “trascorre” la maggior parte del suo tempo nelle nostre mani in posizione verticale).

Detto questo dunque dobbiamo cambiare paradigma e non possiamo pensare allo stesso modo in cui si realizzavano i video televisivi. Facciamo un esempio guardate questo video: prima di premere play attivate l’audio.

Divertente vero? Ora se avete tempo provate a guardarlo nuovamente senza audio, e immaginatevi di aver incontrato questo video nel vostro stream di Facebook, probabilmente non arriverete a metà del video che sarete già passati oltre.

Dunque cosa dobbiamo fare per ottenere il massimo dai nostri video?

Catturate l’attenzione velocemente! Questo consiglio in realtà vale in moltissimi casi, sia per un sito web, per un libro, per un film… Ma per un video nello stream di Facebook, avete ancora meno tempo a disposizione.
Pensate al vostro video senza audio (Design for sound OFF).
Play more, prova e sperimenta sempre cose nuove.

Un ottimo esempio di catturare l’attenzione è:

Effettivamente vedere un unicorno che sta facendo i propri bisogni, in un attimo cattura l’attenzione e ti “stimola” a guardarlo fino alla fine. Usate il testo per raccontare una storia:

https://www.youtube.com/watch?v=GeoUELDgyM4

Orizzontale o verticale?

Se parlate con qualsiasi video maker, probabilmente vi riderà in faccia al solo fatto che gli state facendo la domanda, ma in realtà quasi sempre il nostro cellulare è in posizione verticale, qui non c’è una soluzione magica, ma non date nulla per assodato, i video non sono solo orizzontali, potrete scegliere tra:

16:9 (Orizzontale) 1:1 (Quadrato) o 9:16 (Verticale)

Ma Facebook e Instagram ultimamente ci stanno offrendo anche altri strumenti, per esempio i Video Live. I video live, sono molto interessanti perché permettono un coinvolgimento maggiore del proprio pubblico con il quale si potrà se lo volete “dialogare” in tempo reale.

Un interessante esempio è quello di Mr. Robot:

We Are Everywhere #wearefsocietyMalaysia

Pubblicato da Mr. Robot su Venerdì 8 luglio 2016

Molto interessante la scelta di iniziare con un countdown di circa tre minuti che serve a creare la base di utenti connessi.

Mr. Robot fa un uso sapiente dei Social Network e anche delle ultime tecnologie disponibili, per esempio realizzando un video a 360 gradi.

I video li potrete inserire anche all’interno dei “canvas”, vi ricordate che prima dicevamo una strategia “mobile first”?
Ecco, non è un caso che il Canvas di Facebook funzioni esclusivamente su mobile.
I principali vantaggi di utilizzare il canvas sono:
-tempi di caricamento ridotti: i contenuti vengono caricati più velocemente rispetto ad una pagina web (se la pagina web non si carica velocemente stiamo perdendo utenti!)
-Storytelling: nel canvas possiamo inserire, video, fotografie, slider, testi, call to action

Un altro esempio che abbiamo visto durante il workshop, è stato quello di Sonic, un brand che aveva pochissimi utenti su Instagram, ed allora cosa ha deciso di fare?

Quando il prodotto si adatta al media!

Ricapitolando:

1. Cattura l’attenzione in un battito di ciglia!
2. L’audio se arriva, arriverà solo in un secondo momento.
3. Orizzontale, quadrato o Verticale, trova la tua strada.
4. Sperimenta i nuovi strumenti: Live, Canvas, Video 360…
5. Ispirati a chi ha fatto dei successi.

E per concludere vi lascio con un ultimo consiglio ed una frase:

Consiglio: Utilizzate la Creative Hub di Facebook per prendere ispirazione dei lavori fatti da altri professionisti e per presentare i vostri lavori ai vostri clienti.
Vai al Creativa Hub di Facebook https://www.facebook.com/ads/creativehub/

Una frase che mi è piaciuta molto:

“Internet tira fuori il meglio ed il peggio di ognuno di noi!”

Ecco cerchiamo di amplificare solo le cose migliori. Buon lavoro!

Emanuele Ciccone
@emaposh