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Oggi parliamo del lavoro di freelance, professionisti, nomadi digitali e sturtup connessi ai nuovi spazi e alle agevolazioni messe in atto da Copernico per venire incontro alle esigenze dei suoi smart worker.

Le statistiche indicano che il lavoro autonomo è in costante aumento. Questo perché negli ultimi 10 anni si è assistita in America così come in Europa ad una radicale trasformazione di massa: quella dai lavoratori dipendenti in freelance. 

Un paio di anni fa  un’analisi di Edelman Intelligence per i network Freelancers Union e Upwork aveva calcolato che poco meno di un terzo dei lavoratori statunitensi si poteva già considerare un freelance. In USA oggi ci sono 53 milioni di freelance e si prevede un esponenziale aumento fino al 50 % della forza lavoro entro il 2020.

Ciò porta all’aumento degli spazi di coworking, che stanno crescendo rapidamente in tutto il mondo diventando il punto di riferimento per i liberi professionisti.

Se anche tu fai parte della categoria dei freelance, ti sarai più volte accorto che lavorare da casa può essere vantaggioso (a livello economico e di privacy), ma può anche lasciarti isolato e soggetto a distrazioni che possono influire sulla tua produttività. Proprio sulla base di queste teorie ti sarai più volte chiesto come sarebbe lavorare in uno spazio dedicato allo smart working.

I vantaggi sono molti e tra i predominanti c’è sicuramente il legame alla community di altri freelance e professionisti come te oltre all’aspetto del livello economico (in un coworking il prezzo per lo spazio dell’ufficio è molto inferiore a quello che dovresti affrontare nel prendere in gestione un ufficio).

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Copernico, tutt’oggi è la più grande piattaforma per lo smart working d’Italia, con oltre 60.000 mq di spazio offre ai suoi freelance tantissimi servizi tra cui ristorante, parco, lounge, teatro e palestra. La possibilità ulteriore è quella di poter usufruire degli spazi Copernico anche nelle altri sedi sparse in Italia a seconda dei tuoi viaggi di lavoro o dei tuoi spostamenti.

La prima sede di Copernico è nata a Milano, città capitale della moda, nel 2015 con il MainHub di Copernico Centrale nelle vicinanze della stazione ferroviaria. Centrale di nome e di fatto: tutt’oggi comprende oltre 1300 members e 280 aziende. La presenza di Copernico a Milano comprende attualmente ben 8 building con una ClubHouse (Brera), quattro MainHub e tre MiniHub.

ClubHouse Brera, situata nel cuore della città e invece un member club con una business community varia e stimolante. Uno spazio elegante e chic dove poter incontrare i clienti per un pranzo di lavoro o un meeting importante e poter usufruire di tutti i servizi messi a disposizione dalla struttura.

Blend Power in Piazza IV Novembre 7, oltre che essere “letteralmente” davanti alla stazione Centrale di Milano, dà la possibilità con i suoi undici piani di uffici, di avere a disposizione sale meeting e lounge in un contesto che parla con un nuovo modo di lavorare.

La nuova sede in Martesana, si trova al centro della nuova rivalutazione dell’area Nord Milanese. Comoda per la possibilità di trovarsi nella via principale di ingresso alla città con una grande aria parcheggio e ferrovie nelle vicinanze, il MainHub comprende 6.500 mq di spazio in tre building distinti ma interconnessi in cui si respira socialità e condivisione. 

Copernico Tortona 33, in uno dei quartieri più cool di Milano, è uno spazio dinamico in cui il meeting si tiene nella lounge, la call si fa nel phone-boot, l’aperitivo da Me.nu, lo smart working cafè Copernico (menu.copernic.co); il tutto in un ambiente dai materiali naturali grazie all’utilizzo in tutto l’edificio di pitture Airlite.

Last but not least, Copernico Isola for S32: nel cuore del quartiere che meglio ha saputo rinascere e reinventarsi negli ultimi anni, Isola. Questa è la sede fisica del Fintech District milanese che nasce con l’obiettivo di creare un ecosistema specializzato nelle tecnologie per i servizi finanziari (progetto promosso da SellaLab, piattaforma di innovazione del Gruppo Banca Sella e Copernico). 

Copernico Torino Garibaldi, Copernico Roma Barberini e D’amico ve le lasciamo scoprire sul portale coperni.co.

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Ma parliamo di prezzi: per venire incontro agli smart worker, Copernico offre dei piani membership declinati in tre possibilità d’uso:

Membership Daily per l’uso giornaliero degli spazi

Membership Boost per lavorare dove sei più comodo 

Membership Cross* per seguirti ovunque si muova il tuo business.

Questi pacchetti sono esattamente tutto quello di cui hai bisogno per il meglio del tuo lavoro da freelance

Grazie alla partnership tra Mashable Social Media Day e Copernico,  oggi ti diamo la possibilità di usufruire di tutti i vantaggi offerti con un favoloso sconto.

*Infatti potrai usufruire di uno sconto del 15 % sul pacchetto Membership Cross usando il codice sconto SMDAYIT

Questa Membership offre ai propri iscritti la possibilità di utilizzare tutte le location Copernico in cui Wifi a banda larga, reception, area caffè, lounge e library sono solo una minima parte di tutto quello che la community di Copernico può offrirti.

Quindi cosa state aspettando? Una community di smart worker vi sta aspettando.


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La risposta è no. Pagare con lo smartphone anche in Italia non è più utopia. Viviamo in un’era in cui scambiare contatti, foto, video e canzoni tra uno smartphone e l’altro è pura quotidianità, non era inaspettato si arrivasse anche al denaro. Negli ultimi anni, infatti, si sono fatti strada decine di servizi che sfruttano la tecnologia NFC (Near Field Comunication) e non solo per effettuare pagamenti senza dover ricorrere al contante o alle carte di credito.

A dare il via a questa tendenza è stata Google nel 2011 con Google Wallet, che però non ha ottenuto il successo sperato ed è stata presto rimpiazzata dalla più recente Android Play.

Il servizio si è però diffuso con il lancio di iphone 6 e IOS 8, il primo cellulare di casa apple contecnologia NFC.

 

Come funziona il pagamento contactless?
È molto più semplice di quanto si pensi. Si comincia con lo scaricare l’applicazione che si vuole utilizzare e registrare all’interno del così detto wallet (una sorta di portafoglio digitale) le proprie carte di credito. Una volta entrati i un negozio basta attivare la tecnologia NFC nello smartphone e avvicinarlo al POS per effettuare il pagamento. Non sarà necessario di inserire la carta nel lettore e digitare il PIN. È tutto basato su un canale comunicativo protetto che permette il transito di tutti i dati necessari a concludere la transazione. La banca in pochi sencondi autorizzerà il pagamento e il POS potrà quindi emettere lo scontrino, o in caso contrario negherà il pagamento.

 

I vantaggi di questo nuovo tipo di pagamento sono molteplici. Innanzitutto il fattore tempo, la comodità di usare il proprio smartphone e la sicurezza: il cliente stesso può accettare la transazione tramite l’applicazione alla quale ha precedentemente collegato le sue carte. Tutti i dati relativi al pagamento vengono memorizzati sulla SIM del dispositivo in un’area protetta.

Vediamo le principali app per poter pagare tramite smartphone e come funzionano.

 

Apple Pay
L’app è stata lanciata nel settembre 2014 mentre in Italia dal 17 maggio 2017. È disponibile da iPhone 6 in poi e non solo, è scaricabile anche su iPad ed Apple Watch

 

Apple Pay sfrutta in sinergia il Wallet (un portafogli virtuale dove conservare i dati della carta di credito, buoni sconto, biglietti e carte fedeltà) e chiaramente la tecnologia NFC.

È possibile pagare con Apple Pay in Italia? Certamente ed è semplicissimo: per pagare basta avvicinare il proprio iPhone al POS. Si attende che Apple Pay carichi le carte di credito presenti all’interno del Wallet e si sceglie quella che si desidera. Grazie al sensore Touch ID si potrà autorizzare la transazione, mentre nel caso dell’iPhone X l’utente dovrà utilizzare il Face ID. In Italia Apple Pay per ora supporta le carte di debito e di credito di Unicredit, Mediolanum, Fineco, BCC, Carrefour Banca e Boon, ma il servizio dovrà essere esteso molto presto anche ad altre banche.

Se siete impaziente Apple Pay supporta il servizio Boon, che offre la possibilità di creare un carta di credito virtuale ricaricabile attraverso il proprio conto corrente. In questo modo anche se non si è cliente di una delle banche sopracitate si potrà comunque utilizzare Apple Pay per i pagamenti con lo smartphone.


 

Android Pay
Come detto Androd pay è erede del precedente e fallimentare esperimento della grande G: Google Wallet. L’app ha fatto il suo debutto negli Stati Uniti nel settembre 2015, mentre in Europa nella primavera successiva, mentre in Italia non è ancora disponibile. Il sistema è molto simile ad Apple Pay: il pagamento avviene tramite NFC, mentre per l’autorizzazione si può fare sia tramite chip biometrici (riconoscimento delle impronte digitali, riconoscimento facciale) sia tramite codice di sblocco. Google Pay è compatibile con un Grande numero di dispositivi, maggiore ad apple Pay: è sufficiente che lo smartphone abbia una versione di Android superiore a KitKat 4.4 e sia dotato di chip NFC.

Samsung Pay
Anche Samsung ha il suo metodo di pagamento contactless, lanciato con il Galaxy S6 inizialmente in Corea del Sud e man mano esportato nel resto del mondo, Italia compresa. Samsung Pay dal punto di vista tecnologico non si differenzia tanto da Apple Pay e Android Pay. Troviamo anche in questo caso: chip NFC per le comunicazioni, portafogli virtuale per salvare i dati della carta di credito e autorizzazione con riconoscimento biometrico. Per poter sviluppare il suo servizio contactless, Samsung ha acquistato la startup LoopPay. Il pagamento con Samsung Pay è similare a quelli già visti. Si inizia con la configurazione del dispositivo e della carta di credito, in seguito sarà sufficiente avvicinare lo smartphone al POS ed effettuare la scansione dell’impronta.

 

Satispay
Satispay è un servizio completamente sviluppato in Italia e che non necessita della tecnologia NFC. Vediamo come funziona nel dettaglio.

Installata la app bisognerà iscriversi al servizio e collegare il proprio conto corrente attraverso l’IBAN. In seguito è necessario impostare la somma da trasferire sul conto Satispay che potrà essere utilizzata per effettuare pagamenti con lo smartphone o per inviare soldi ad altri contatti. Il servizio è completamente gratuito e non prevede nessuna tassa per il trasferimento (ad eccezione fatta per alcuni istituti di credito). La app permette la comunicazione e la transizione solo tra account registrati. Quindi sia per effettuare il pagamento presso negozi, che per trasferire denaro è necessario che l’esercente o un nostro amico abbia un account attivo su Satispay. Al momento, in Italia, sono circa 18mila gli esercenti che supportano l’applicazione.

 

Jiffy
Un altro servizio che permette di effettuare pagamenti con lo smartphone senza l’uso della tecnologia NFC è Jiffy. Ma come funziona esattamente? Molto semplicemente quando ci si accinge ad effettuare un pagamento in un negozio, l’applicazione genererà un codice QR Code che il commerciante dovrà scansionare con il proprio smartphone. Sarà così possibile effettuare pagamenti e trasferimenti di denaro.

 

Vodafone Pay
Non potevamo non parlare di Vodafone, che a sua volta ha lanciato un’applicazione per i pagamenti contactless. Si chiama Vodafone Pay e funzionando attraverso PayPal non ha nessuna limitazione per quanto riguarda gli istituti di credito supportati. Per poter effettuare i pagamenti i soldi vengono direttamente scalati dal conto PayPal che è collegato a quello corrente. Aumenta così la sicurezza, infatti non bisognerà salvare all’interno dell’applicazione i dati della carta di credito, ma solamente quelli del conto PayPal.

 

Tinaba
Anche Tinaba è un servizio che permette il trasferimento di denaro e che non necessita della tecnologia NFC. L’app non si pone come un semplice digital wallet, ma come un ecosistema digitale con modalità tipiche dei social di condivisione ma trasferito nella sfera del denaro. È infatti possibile scambiare denaro con i propri contatti, condividere le spese con un conto condiviso, dividere un conto tra amici, raccogliere fondi per realizzare i propri progetti o per una giusta causa o risparmiare in automatico con i Salvadanai. Con Tinaba, inoltre, è possibile creare un profilo business per gestire le entrate e le uscite della propria attività commerciale e offrire ai propri clienti un’esperienza d’acquisto personalizzata. 

l’app è disponibile sia per IOS che per Android e prevede un portafoglio digitale che sarà possibile ricaricare tramite bonifico o con una carta di credito, di debito o prepagata. È possibile passare al Level B e ricevere una carta Tinaba prepagata e gratuita. Mentre con il Level A si arriva a sottoscrivere un vero e proprio conto corrente con Banca Profilo, partner in esclusiva, e si possono inviare fino a un massimo di 5.000 euro al giorno.

 

In conclusione si tratta di una vera e propria rivoluzione nel mondo del commercio, che sta prendendo sempre più strada e abbattendo la tendenza italiana a preferire il contante. Niente più carte di credito e tanto meno soldi fisici, basterà usare i nostri dispositivi preferiti come smartphone, tablet e smartwatch.

Il fattore tempo ne decreterà la sempre più larga diffusione, basti pensare a tutte quelle situazioni in cui tirare fuori il portafogli crea rallentamenti o disagi: supermercato, metropolitana e parchimetro solo per cintarne alcuni.

si tratta quindi di una rivoluzione che andrà a beneficio non solo dei consumatori ma anche degli esercenti.


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È in arrivo Cam.tv  il social network tutto italiano che permette di monetizzare le proprie competenze, perchè ogni like frutta denaro. Si tratta di un progetto interamente made in Italy nato alla fine dello scorso anno dall’idea di un gruppo di amici, ed imprenditori, specialisti in alcuni settori specifici: informatica, digitale e comunicazione. In Italia, un paese notoriamente poco florido quando si parla di raccolta fondi, l’idea ha convinto piccoli e grandi investitori arrivando a raccogliere addirittura 3 milioni di euro grazie ad eventi itineranti durante una pre-campagna. Ora il team ha lanciato una campagna di crowdfunding su Eppela per cercare soci e finanziare lo sviluppo della piattaforma. E questa volta l’obiettivo economico è decisamente meno ambizioso: 10 mila euro.

Da social network a social community
Ma facciamo un passo indietro cos’è Cam.tv? Sul proprio sito web https://www.cam.tv/ Cam.tv si autodefinisce “social comunity […] la prima piattaforma web per formatori e di crowdfunding”. In effetti questa definizione non appare però di facile comprensione, qualcun altro lo ha invece definito, a buon diritto, un marketplace del sapere. A questo punto la domanda sorge spontanea: si tratta davvero di un social network? Ebbene sì. Come tutti gli altri social già esistenti in Cam.tv content is king, ma si tratta di contenuti assolutamnte differenti rispetto a ciò che siamo abituati a vedere. Infatti la piattaforma non ospita più i soliti post, status, frasi argute di pochi caratteri o le fotografie, con qualche effetto qua e là, della nostra colazione. I contenuti di Cam.tv sono diffusi in forma di consulenze live, con accesso libero a collegamenti video con ogni genere di contenuto: e-book, files, infografiche, dispense, library audio-video o fotografiche. E, come al solito, dai contenuti si possono creare reti di relazioni virtuali con amici, colleghi o professionisti vicini al nostro settore di appartenenza. Addirittura c’è la possibilità di effettuare video conferenze con un sistema di pagamento integrato.

 

La tua passione viene (ri)pagata
Come altri social Cam.tv si pone comunque l’obiettivo di sviluppare e mettere in mostra la propria rete di relazioni ma in maniera differente perchè, in questo caso, l’utente ha la possibilità di guadagnare proprio grazie a chi lo supporta. Con Cam.tv  tutti possono decidere di aprire e/o seguire canali tematici dagli argomenti assolutamente trasversali. Con i dovuti limiti ovviamente, esistono infatti filtri per la visualizzazione dei contenuti, e si possono anche segnalare quelli inappropriati, contribuendo così alla crescita qualitativa della piattaforma.  Un talent network, come l’ha definito in un’intervista uno dei founder e CEO del progetto ma soprattutto un progetto davvero ambizioso, che trasforma la passione in un vero e proprio business, attraverso la condivisione del proprio sapere tramite la piattaforma. E c’è solo la meritrocrazia alla base del successo: tutti possono creare economia senza distinzione di cultura, età ed etnia, ceto sociale, a patto che ci sia qualche competenza da condividere. Il Camer (così si chiama l’utente di questo innovativo social network) potrà decidere di pubblicare in vari formati i propri contenuti. Per quanto riguarda le video chat, poi, sarà lo stesso Camer a stabilire quale parte del contenuto, debba essere free o a pagamento, o magari aggiungere una tariffa a tempo. L’interazione e lo scambio tra i Camers sono supportati e garantiti dal fatto di guardarsi negli occhi e parlarsi direttamente. Inoltre gli utenti possono darsi reciprocamente dei rating e dei feedback in base all’esperienza diretta.

Ma come si guadagna?
Se l’argomento proposto da Camer sarà ritenuto interessante, saranno gli altri utenti ad inviare un contributo economico attraverso un semplice clic. Sì, perchè in Cam.tv i like non sono solo apprezzamenti ma anche e soprattutto Likecoins, monete virtuali con un valore monetizzabile (0,01 centesimi di euro per ogni like). E il micro pagamento avviene, in sicurezza, all’interno della piattaforma.  Ma dove vanno a finire questi soldi? Al Camer certificato viene consegnata una Camacard, una vera e propria carta di debito con IBAN associato, così i like-coins potranno essere spesi sia online che offline. Quindi ricevere un LikeCoin comporta l’aumento di un totalizzatore di likes, ovvero un indice della propria popolarità e l’ottenimento di 0,01 € sul proprio conto virtualeMa non è finita qui. Su Cam.Tv hanno un valore tutti gli amici che già si hanno bastano solo poche persone per finanziare direttamente e aumentare il proprio salvadanaio virtuale. E se proprio non si riesce a fare il botto tramite i contenuti si può lavorare tramite il sistema di affiliazioni. Tutti, infatti, possono affiliare amici e conoscenti, che potranno conoscere le potenzialità dell’innovativa piattaforma web Cam.TV attraverso una videoconferenza e decidere anche di diventarne Founder investendo in una social company per mezzo di un piccolo contributo. Bastano 100 euro per diventare Founder Starter, fino ad arrivare a 7500 euro per diventare Founder President.

 

Prospettive future
Digital Fastlane la società che ha creato Cam.TV è nata con una missione: rendere Internet uno strumento in grado di produrre ricchezza per tutti, senza distinzioni di luogo, razza sesso o ceto sociale. In un’intervista il team si è dichiarato convinto che Internet, concepito come mezzo di comunicazione libera e paritaria, possa dare a tutti l’opportunità di guadagnare attraverso le proprie competenze, conoscenze, capacità e talenti. Cam.TV è quindi un social generalista, uno strumento di autorealizzazione aperto a tutti. Ecco il perchè dell’accesso gratuito ai servizi di connettività di Cam.TV. Per i professionisti più esigenti, poi, sono previsti degli abbonamenti con servizi aggiuntivi ed un maggior spazio di archiviazione dove pubblicare i propri contenuti. Gli sviluppatori prevedono per il futuro alcuni progetti, tra gli altri: il lancio di un’app, l’ottimizzazione dei sistemi di pagamento (pay-per-view), l’ampliamento dei sistemi di video-comunicazione e nuovi accessori hardware come la webcam da indossare. Quindi Cam.tv si presenta a tutti gli effetti come un sistema meritocratico e trasparente basato su un concetto nuovo di economia fondato su moneta virtuale. Basta creare uno proprio spazio all’interno della piattaforma per farsi conoscere, ed essere apprezzati dagli utenti e, grazie ai propri meriti, poter guadagnare. In Cam.tv la conoscenza diventa denaro e tutti gli iscritti sono protagonisti, si sostengono a vicenda e possono diventare parte integrante di un efficace modello di sharing economy.


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Grazie all’industria 4.0 stiamo per entrare nella cosiddetta quarta rivoluzione industriale. Anzi, probabilmente è più esatto dire che la stiamo già vivendo. La rivoluzione che si basa sul cambiamento dei metodi di produzione basato sul digitale è infatti già cominciata, dato che la prima volta che il termine “Industria 4.0” è stato utilizzato risale al 2011, durante una fiera sulle tecnologie industriali a Hannover, in Germania. Il concetto è poi stato sdoganato negli anni successivi da gruppi di lavoro del governo. La Germania infatti è oggi, non a caso, un paese all’avanguardia per quanto riguarda sia i processi di industrializzazione digitale, sia quelli di agevolazione delle startup a livello fiscale.

La quarta rivoluzione industriale
Per capire come mai si parla di Industria 4.0, o quarta rivoluzione industriale, facciamo un piccolo ripassino di storia:

  • la prima rivoluzione industriale comincia nel 1784 con la nascita delle macchine a vapore. Si basa sullo sfruttamento di acqua e vapore per meccanizzare la produzione;
  • la seconda rivoluzione industriale invece comincia nel 1870 con l’inizio della produzione di massa. Ad essere sfruttato questa volta è l’utilizzo sempre più frequente dell’elettricità, affiancato dal petrolio come fonte energetica e dall’avvento del motore a scoppio;
  • la terza rivoluzione industriale arriva nel 1970 con la nascita dell’informatica, che permette di aumentare la produzione attraverso l’automazione data dai sistemi elettronici e dall’IT (Information Technology).

Come abbiamo già detto, la quarta rivoluzione industriale è quella che stiamo vivendo, e toccherà probabilmente ai posteri definire il momento esatto di qualcosa che adesso è ancora in divenire. È la rivoluzione che porterà alla produzione industriale automatizzata e interconnessa. Un mix tecnologico di automazione, informazione, connessione e programmazione, che deriva direttamente da quella “digital transformation” che sta investendo l’industria degli ultimi anni. Grazie all’uso della tecnologia digitale cambierà infatti il modo di lavorare ma anche la natura delle organizzazioni.

Gli elementi dell’industria 4.0
Sono 4 gli elementi fondamentali su cui si basa la rivoluzione 4.0:

  • L’utilizzo dei dati. È infatti intorno ad essi che si muove la potenza di calcolo delle macchine: i dati quindi vengono utilizzati come strumento per creare valore. All’utilizzo dei dati sono legati i concetti di big data, open data, Internet of Things, fino al cloud computing per la centralizzazione e la conservazione delle informazioni.
  • Una volta che i dati vengono raccolti, devono essere esaminati attraverso i cosiddetti Analytics, per capire come si possa, da essi, ricavarne un valore. Si mette in moto in questo modo quello che viene definito “machine learning”: le macchine capiscono come migliorare attraverso la raccolta e l’analisi dei dati.
  • L’interazione fra l’uomo e la macchina, che va dal semplice touch agli esempi di realtà aumentata.
  • Il passaggio tra digitale e reale, ossia come rendere questi dati raccolti e analizzati vera “manifattura”. Gli esempi classici sono la stampa 3D, la robotica, la comunicazione machine-to-machine e le nuove tecnologie che immagazzinano i dati in modo mirato, al fine di razionalizzare i costi e ottimizzare le prestazioni.

L’impatto dell’industria 4.0 sul mercato del lavoro
Parole come “automazione” o “robotizzazione” generano sempre un po’ di  timore. Ci si preoccupa che l’occupazione possa subirne delle conseguenze negative: in poche parole spaventa il rischio che le macchine possano sostituirsi completamente all’uomo nella produzione. Indubbiamente il mercato del lavoro subirà una radicale trasformazione, ma si stima che “una quota del 10% di lavoratori rischiano di essere sostituiti da robot, mentre il 44% dovrà modificare le sue competenze” (da un’analisi del Sole24).

Alcune professionalità quindi potrebbero davvero scomparire, soprattutto per quanto riguarda le aree amministrative e quelle della produzione. Ma questa perdita verrà parzialmente ricompensata dalla nascita di nuove professioni e quindi nuovi posti di lavoro, legati all’area finanziaria, al management, all’informatica e all’ingegneria. Non si tratta quindi esclusivamente di perdere il lavoro perché sostituiti dai robot, ma piuttosto di una trasformazione dei lavori da eseguire, accompagnata da un aggiornamento del sapere. Di conseguenza cambiano le abilità richieste: accanto all’importantissima capacità di problem solving, saranno sempre più ricercate anche la creatività e il pensiero critico. Si tratta di un processo in divenire, ma che già vede, all’interno del mercato del lavoro, una domanda in ascesa per le figure di analisti del business digitale, esperti di cybersicurezza, ingegneri informatici ma soprattutto sviluppatori, in grado di trasformare aziende già esistenti in aziende pronte ai canoni dell’industria 4.0.


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Se ci pensate, la Sharing Economy nasce da un paradosso. Come possono infatti convivere in uno stesso concetto la condivisione e l’economia? La prima è basata su un insieme, un gruppo di persone che utilizza in comune una risorsa, un oggetto, uno spazio. La seconda invece si basa sulla vendita, cioè la cessione di una risorsa per un determinato prezzo. Com’è possibile che due teorie economiche tradizionalmente agli antipodi si possano fondere in un unico pensiero? La risposta è semplice: nell’era digitale tutto è possibile.

È infatti il digitale ad aver permesso la nascita di quella che possiamo definire “l’economia della condivisione”, quel modello a cui tutti possono aderire (a prescindere dalla professione o dalle proprie conoscenze in ambito economico) “con l’obiettivo di sfruttare l’efficienza della comunicazione hi-tech per risparmiare, per socializzare, per ottimizzare i consumi, per proteggere l’ambiente, per redistribuire il denaro o per instaurare comportamenti virtuosi” (definizione di Wired).

Quali sono gli obiettivi della Sharing Economy
Se andiamo ad analizzare la definizione di Wired, ci renderemo conto che la Sharing Economy nasce per motivazioni che vanno ben oltre la semplice volontà di guadagno. Ovviamente quest’ultima continua ad esistere, ma non è da sola.

  1. Innanzitutto, in un periodo in cui far parte del mondo social è come respirare, con la Sharing Economy si va incontro al desiderio di far parte di una community di cui ci si può fidare. E questo è possibile grazie alla cosiddetta “reputazione digitale”: la stessa per cui se fai il furbo o truffi qualcuno sarai bannato a vita, se invece sei affidabile riceverai recensioni positive che, in un moto circolare, ti porteranno altra fiducia in futuro (quindi altra possibilità di guadagnare o fare scambi).
  2. “Se non serve a me può servire a te” è un concetto che da una parte permette di dare agli oggetti inutilizzati una seconda vita, dall’altra aiuta a disfarsi delle cose che non ci servono più o a metterle a disposizione di altre persone nei momenti in cui non ci servono. Può essere allo stesso momento una fonte di guadagno per chi cede l’oggetto e un’importante fonte di risparmio per chi lo acquista.    
  3. in un periodo di crisi economica in cui per molti il mantra è la corsa al risparmio, la Sharing Economy aiuta e evitare di sprecare denaro e a ottimizzare i costi della vita.
  4. last but non least,  la tendenza delle nuove generazioni a essere più sensibili alle tematiche ambientali porta molta gente a cercare di mantenere uno stile di vita più sostenibile, evitando gli sprechi e cercando di inquinare il meno possibile.

Gli esempi classici della Sharing Economy
C’è un ambito che prima di tutti gli altri è stato esemplare per l’avvento e la diffusione della Sharing Economy: quello dei viaggi.

Le nuove generazioni sono sempre più abituate a condividere l’esperienza del viaggio, sia che si intenda un piccolo spostamento in città (è diffusissimo l’utilizzo di car sharing o bike sharing ormai presenti in molte città italiane, senza dimenticare esempi di app come Uber o Lyft), sia che si intenda uno spostamento più significativo (dalla condivisione del viaggio in macchina di BlaBlaCar a quella delle stanze libere della propria abitazione di Airbnb).

Risparmio, esperienza condivisa, facilità nell’utilizzo sono gli elementi fondamentali che ci spingono a utilizzare queste nuove forme di economia.

Ma non serve spostarsi da un luogo all’altro per capire quanto la Sharing Economy possa inserirsi nella vita quotidiana delle persone: un esempio semplice ma efficace di economia della condivisione sono i gruppi di Facebook basati sullo scambio o sulla vendita. Ce ne sono centinaia, diversi per categoria o luogo di appartenenza. Hanno nomi tipo “vendo e compro a…” e, per le grandi città come Milano o Roma, la divisione avviene addirittura per quartieri. Il meccanismo è semplice, e si basa sul già citato “se non serve a me può servire a te”. La persona che vende si disfa di un oggetto che non le serve più, mentre quella che compra lo fa a un prezzo agevolato, risparmiando. Funziona soprattutto su beni di consumo il cui utilizzo si basa sul ricambio continuo, come l’abbigliamento o gli articoli per l’infanzia. Ovviamente oltre ai gruppi Facebook ci sono tutta una serie di piattaforme e app che funzionano sullo stesso meccanismo: da Ebay a subito.it o secondamano, fino a Depop, il cui claim, non a caso, è “ogni oggetto ha una storia da raccontare”.

Le Novità
Se condividere un passaggio in macchina con Blablacar o utilizzare un sito come subito.it per disfarsi di oggetti che non utilizziamo più è diventata ormai prassi quotidiana, è vero che ogni giorno nascono nuove app o piattaforme di condivisione sempre più strane e particolari.  Ad esempio Gardensharing, per chi non ha una stanza da mettere a disposizione ma un giardino; oppure Sailsquare, che connette chi ha voglia di provare l’esperienza della barca a vela (considerata da sempre un lusso per pochi) con chi ne possiede una e non vuole tenerla ferma per troppo tempo. Molte sono anche le app che fanno riferimento alla condivisione del cibo: da Olio a Gnammo, tante soluzioni per non sprecare la roba avanzata o per organizzare cene condivise.

Ma è con TogetherPrice che si arriva alla apoteosi della Sharing Economy: la condivisione della condivisione. Cosa significa? Che tramite questa piattaforma potrete trovare persone con cui condividere tutti quei servizi che funzionano attraverso multi-account o multi-licenza (Netflix, Spotify etc…). Insomma, le vie della Sharing Economy sembrano veramente infinite.

Per chi volesse saperne di più il sito ufficiale dell’Associazione Italiana Sharing Economy è http://www.sharingitalia.it.


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Vero, true social. Ne avrete sicuramente sentito parlare in questi giorni perché sembra che sia sulla bocca (e sui telefoni di tutti).

Ma andiamo per ordine. Di cosa stiamo parlando?

Di Vero, una nuova social app.

Il nome dell’app sta proprio a indicare la”verità” con cui il social vuole pubblicizzarsi.

Da chi è stata creata? Se avete in mente una startup di giovani nerd, fermate ogni fantasia e cancellate tutto.

Dietro tutto questo c’è un plurimiliardario con un patrimonio di 1,33 miliardi di dollari. Il suo nome è Ayman Hariri, non che figlio dell’ex primo ministro libanese Rafic Hariri. Ottenne una laurea in informatica alla Georgetown e tornò in Arabia Saudita dopo che suo padre fu assassinato nel 2005. Il suo fratellastro, Saad, è l’attuale primo ministro del Libano. Giusto per dire.

Sebbene Vero sia in giro dal 2015, fino a pochi giorni fa era stata scaricata in tutto 600.000 volte (piu’ o meno lo stesso numero di download che adesso raggiunge in 24 ore).

I motivi dietro questo improvviso interesse sono diversi. Tra questi c’è sicuramente una campagna marketing molto aggressiva (molti influencer ne hanno parlato contemporaneamente nei giorni scorsi).

Ma quali sono gli elementi caratteristici in comune con Instagram? I principali senza dubbio sono la caratteristica condivisione di immagini, hashtag, geolocalizzazione e commenti.

Ma c’è di più, infatti con vero possiamo condividere link, musica, film, libri, luoghi ed è possibile condividere anche i profili di altri utenti per raccomandarli ai propri followers (se questa app diventerà veramente popolare immagino che questa ultima opzione sarà una macchina da soldi per gli influencers).

Rispetto alla sorellastra Instagram per ora quello che manca sono le Stories e lo streaming.

Ma andiamo in ordine e facciamo una lista di pro e contro.

Un “super pro” è per quanto riguarda l’immagine complessiva della grafica dell’app: l’interfaccia utente è stupenda.

Altro punto a favore è che a differenza di ciò che ci si aspetta dalle piattaforme di social media “tradizionali”, Vero è completamente privo di pubblicità. L’azienda sceglie di operare su un modello di business basato sull’abbonamento, consentendo agli utenti di concentrarsi sui propri contenuti anziché contendersi un afflusso di pubblicità a pagamento in competizione con i propri feed. 

Tuttavia, questo non significa che ne sia completamente privo. A differenza di Instagram, le aziende sono in grado di collegarsi a siti esterni utilizzando Vero. Tramite la funzione “Acquista ora” disponibile per gli account verificati di marchi e influencer, gli utenti possono effettivamente acquistare e vendere prodotti tramite post anziché pubblicità.

E questo è un’altro modo in cui Vero spera di monetizzare: tramite la trattenuta di una commissione sulle vendite che verranno fatte direttamente dall’App.

Altro vantaggio è nel mantenere la home in ordine cronologico: Facebook, Twitter e Instagram hanno infatti un algoritmo che presenta i post in base a diversi fattori tra cui l’engagement dei propri followers. 

Altra unicità è la gestione contatti, in quanto Vero da la possibilità di segmentare il pubblico per ogni post, consentendoti di condividere vari livelli di contenuti con amici intimi, conoscenti e semplici follower. In questo modo si permette di creare maggior sincerità nel materiale che andiamo a pubblicare (principalmente per questa caratteristica viene denominato il “truth social”).

Un contro, che pensiamo sia solo temporaneo, è stato il drastico rallentamento dell’app rispetto ai giorni scorsi, causando interruzioni del servizio e crash, con la frustrazione di molti nuovi utenti. 

“Stiamo vivendo un’interruzione a una causa di un carico pesante”, ha scritto ieri Vero. “Ci scusiamo ancora per problemi che stiamo affrontando.”

EMarketer ha recentemente pubblicato un rapporto che ha previsto che 2 milioni di persone sotto i 25 anni lasceranno Facebook per altre app quest’anno. Ma questo significa andare su Snapchat e Instagram, non necessariamente servizi emergenti come Vero. Staremo a vedere.

Puoi scaricarlo tramite l’App Store per iPhone o Google Play per Android .


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Sono stati introdotti a ottobre 2017 ma Facebook ha deciso di migliorarli, ecco tutto quel che c’è da sapere sui post 3D.

Da qualche giorno infatti il padre dei social network ha introdotto il supporto al formato glTF 2.0, con cui si potranno condividere oggetti 3D più realistici e dettagliati. Gli utenti hanno quindi la possibilità di postare sul news feed oggetti tridimensionali con i quali è possibile interagire con il mouse o il touch.

I possibili utilizzi dei post tridimensionali sono potenzialmente infiniti. Il primo, e più ovvio, è poter realizzare modelli 3D dei prodotti da promuovere permettendo agli utenti di manipolarli e scoprirli a 360°. A tal proposito il portale di e-commerce dedicato a mobili e arredo Wayfair ha colto la palla al balzo realizzando modelli tridimensionali di alcuni ambienti con mobili in vendita nel suo store online. Questa novità è una preziosa opportunità da cogliere al volo per le case sviluppatrici di videogiochi, per il settore dell’entertainment e come detto per la pubblicità.

(Consigliamo la visione da Desktop)

Scopriamo di più sulle tecnologie che permettono tutto questo
Nato nel 2016 glTF 2.0 è l’acronimo di GL Transmission Format ed è l’estensione file che permette di elaborare in maniera semplice dei file standard, rendendoli 3D. Non a caso è anche chiamato il Jpeg delle immagini 3D. Permette inoltre di comprimere le dimensioni di modelli e rendering senza comprometterne la qualità. 2.0, invece, è la versione rilasciata nel 3 marzo 2017 che inizialmente era supportata solamente da programmi meno professionali come Paint 3D e Viewer 3D. Come detto l’estensione glTF 2.0 permette di condividere oggetti più realistici e dettagliati. Supporta textures, illuminazione e tecniche di rendering che puntano al realismo. Dalle ombre alle sfumature, dalle “bombature” alle linee squadrate, dal ruvido al lucido e dal metallico all’effetto soffice o vitreo. Insomma le potenzialità sono infinite.

In concomitanza con il lancio dei post 3D, Facebook ha anche implementato nuove Graph API. Queste consentiranno di creare e importare i rendering e modelli 3D dei post Facebook all’interno di app di terze parti. Sarà inoltre possibile abilitare i contenuti 3D dal proprio sito Web o da software a comparire automaticamente in 3D quando vengono condivisi su Facebook.

Il colosso blu ha anche dei partner a supporto di questa iniziativa, Sony è uno dei principali. I possessori di smartphone Xperia XZ1, Xperia XZ1 Compact e Xperia XZ Premium con Android 8.0 Oreo possono creare gli oggetti con l’app 3D Creator e pubblicarli direttamente sul social. Da web, invece, si possono condividere oggetti direttamente dalla galleria web di Oculus Medium e presto anche da Google Poly. Presto tutti i  software di modellazione si allineeranno e supporteranno questo formato rendendone possibile la condivisione su Facebook.

Ma dove vuole arrivare Facebook?
Questa implementazione fa parte di una più ampia strategia che Facebook sta attuando da anni: mettere a disposizione dei suoi utenti contenuti tridimensionali sempre nuovi e con un alto livello di interattività. Questi oggetti andranno a comporre un mondo senza interruzioni tra online e offline. Le persone, infatti, potranno condividere esperienze sempre più coinvolgenti e oggetti 3D. Il tutto attraverso VR, AR e Facebook, desktop, smartphone fino al visore per la realtà virtuale. Si andrà a creare un vero e proprio ecosistema 3D multipiattaforma, come l’ha definito Aykut Gönen al lancio sul blog per gli sviluppatori.

Questo progetto non è del tutto una novità. Ricordate nel 2014 l’acquisizione di Oculus Rift per 2 miliardi di dollari da parte di Facebook? Ed è appena di un anno fa l’arrivo di Hugo Barra a Facebook in qualità di capo del progetto realtà virtuale del social network.

Come detto fa tutto parte di un progetto di Mark Zuckemberg per creare una piattaforma ad hoc per realtà virtuale e mista. Si chiama Facebook Spaces ed è stato annunciato a F8 nel gennaio 2017. Un’applicazione di realtà virtuale che consentirà agli utenti di trovarsi in uno spazio interattivo dove poter condividere e visualizzare contenuti come video e foto a 360°.

Il colosso vuole sicuramente far colpo sui creators, fornendo loro uno strumento unico, ma soprattutto risultare ancora attraente agli occhi degli utenti più giovani e di tutti coloro che pian piano stanno abbandonando la piattaforma.

Si traggono sempre maggiori benefici a sperimentare per primi.
Infine i 4 modi per condividere un post 3D su Facebook per iniziare a sperimentare e spiccare nella news feed dei vostri amici o seguaci.

  • Creare un post 3D a livello di codice con la nostra API di post in 3D.
  • Condividere un link da una pagina web con i tag dei metadati di Open Graph Sharing.
  • Condividere una risorsa locale su un dispositivo Android utilizzando l’azione di condivisione nativa di Android.
  • Drag and drop di un asset nel Post compositor di Facebook.

Si possono generare modelli 3D adatti a Facebook in quasi tutti i programmi di creazione di contenuti come Blender, Modo, Maya o dai motori di gioco e salvarli con il formato glTF.

Le applicazioni sono infinite: prodotti, testi, loghi, scenari… insomma l’unico ostacolo per sfruttare questa nuova feature di Facebook è solo la vostra fantasia.

Avrete sicuramente notato che molti brand famosi si stanno cimentando nella sperimentazione di questo nuovo strumento. Lego, Jurassic Word, Peroni e Crash Royale per citarne alcuni.

(Consigliamo la visione da Desktop)


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Finchè morte non ci separi? Forse questa frase non vale più. È arrivata l’era della digital afterlife, dove neppure morire mette fine alla nostra presenza online. Ecco quindi come continua la nostra vita, senza di noi, su internet e sui social network.

Digital afterlife cos’è?
Digital Afterlife è un termine, sempre più usato, per descrivere tutto ciò che riguarda la nostra identità digitale dopo la morte. Tutti i nostri account, social network ma anche posta elettronica, contengono i nostri dati che al momento della nostra morte rimangono lì bloccati paradossalmente ferme in un limbo virtuale fra vita e morte. In passato, alla morte di una persona il fiduciario legalmente riconosciuto poteva cercare documenti cartacei di conti bancari, azioni, fatture da pagare. La situazione oggi è molto diversa, molti hanno scelto di non utilizzare la carta, digitalizzando, invece, tutti i nostri dati. In alcuni casi può capitare che questi dati siano stati criptati dal deceduto, per cui resi illegibili, in altri che i fornitori dei servizio non permettano l’accesso previa autorizzazione. Così molto del nostro bagaglio in vita va rovinosamente perso. In tempi non sospetti nel 2013, la società informatica McAfee ha pubblicato un sondaggio che suggeriva di valutare le proprie risorse digitali, ovvero quelle create, inviate, ricevuto o archiviate in digitale. È risultato dal sondaggio che l’intervistato medio ha affermato che le proprie personal memories digitali si aggirano sul valore di circa $ 17.000.

Facebook postmortem
Sempre più spesso i siti hanno aggiunto opzioni per permetterci di pianificare la gestione dei nostri account quando non saremo più in grado di farlo. Tra gli altri Facebook che è stato quasi costretto a cercare una soluzione a questo problema considerando che sta diventando un vero e proprio cimitero online. Si stima, addirittura, che nel 2098 il numero dei morti su Facebook supererà quello dei vivi.

La crew di Zuckemerg ha introdotto la possibilità di passaggio da un profilo standard ad uno commemorativo, affidato ad un legacy contact, ovvero un contatto di fiducia che possa utilizzarlo post-mortem. Le opzioni di utilizzo di facebook restano quasi uguali alle classiche, infatti un legacy contact può scrivere post, rispondere alle richieste di amicizia, e addirittura aggiornare l’immagine del profilo e la foto di copertina.

Rivivere grazie ai bot
Considerati una delle più riuscite applicazioni del marketing automation i bot potrebbero avere anche altri scopi futuri, che ne dite di regalare l’eternità? È da questa premessa che parte Eugenia Kuyda, startupper nella Silicon Valley, che ha ricreato digitalmente il suo amico Roman Mazurenko, morto nel lontano  2015. Tutta la storia del progetto è leggibile qui.
In breve quello che oggi risponde quando si inizia una conversazione con Roman è un chatbot, ovvero un programma che imita il suo modo di esprimersi e la sua personalità. Perché il bot rispecchi al meglio Roman, l’algoritmo dà priorità, quando possibile, alle parole ricavate dai messaggi originali del ragazzo. In fondo qual è il desidierio di chiunque perda una persona amata? Che si possa ancora parlargli, dirgli almeno un’altra volta: “ti voglio bene”.
Il chatbot potrebbe essere quindi una resurrezione digitale la modalità di sfruttamento, più umanamente utile, della digital afterlife. Tutto ciò mette in evidenza come l’interesse sempre forte per l’aldilà può sfruttare le novità in termini di tecnologia e inteligenza artificiale. Per il momento il progetto iniziare di Eugenia Kuyda è culminato in Replika , un bot che mentre conversa con noi assorbe la nostra personalità.

Altri progetti di digital afterlife
Mentre si parla di digital afterlife e del destino dei propri profili sui social network dopo la morte, c’è già chi promette l’immortalità sulla rete: Eter9. Si tratta di una piattaforma che, grazie all’intelligenza artificiale, analizza la nostra attività social attuale per conoscere i gusti e personalità, fino a capire cosa potremmo postare in futuro, anche quando non ci saremo più.  Senza dubbio un altro affascinante esperimento di intelligenza artificiale.

La designer tedesca Leoni Fischer ha invece creato un diverso progetto di digital afterlife. Il suo è un particolare modo per dare vita ai morti utilizzando i loro account Facebook e l’ammasso di dati in essi presenti, trasformando questi ultimi in qualcosa di creativo. In Necropolis oggetti di uso comune diventano delle lampade, illuminate con ritmo diverso grazie all’algoritmo dell’account Facebook della persona deceduta.

La morte nell’era del digitale
La morte resterà sempre difficilmente accettabile, eppure la gestazione del lutto è stata profondamente modificata da internet e dai social network, anche se spesso non ce ne accorgiamo. È prassi ormai, quando muore un personaggio famoso che siano i social network il luogo principale in cui si esprime il proprio dolore, dando vita ad una catena di ricordi che si snoda fra un post e commenti, rendendo di fatto un evento luttuoso un momento di dibattito pubblico. L’afterlife digitale apre una nuova frontiera sul modo di pensare alla morte. È vero i social network ci rendono eterni, dando vita ad un’immagine di noi stessi che rimane cristallizzata nel tempo e immortale, almeno fino a che un fattore esterno non deciderà di intervenire.


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Li chiamano artigiani digitali. Sono giovani imprenditori che svolgono mestieri della tradizione manifatturiera italiana, ma lo fanno in modo smart: integrando nei processi di produzione nuovi strumenti o ampliando il proprio pubblico attraverso il web e i social network.

Il digital manufacturing è tra i trend segnalati da StartupItalia per il 2018. Questo mese, il #SMDAYITONTHEROAD è ripartito alla volta di Pesaro per incontrare Olivia Monteforte, artigiana digitale, che realizza scarpe su misura. Nel 2016 è stata chiamata dai wwworker a portare la propria esperienza a Montecitorio ed è diventata un modello per molti giovani crafter.

Ciao Olivia, grazie per aver accettato questa intervista. Online sei diventata un punto di riferimento per molti artigiani, che faticano a far emergere il proprio lavoro. Tu quali canali utilizzi per far conoscere la tua attività?

Utilizzo molto i social network, in particolare Facebook e Instagram. Faccio parte della rete di Italian Stories, la vetrina online delle botteghe digitali. Il mio sito internet è in fase di costruzione, ma non prevedo una sezione e-commerce. Realizzando scarpe su misura, ogni prodotto è una storia a se, non ci sono campionari o modelli predefiniti. Bisogna uscire dalla logica tradizionale di acquisto: non si compra qualcosa che esiste già, ma si costruisce insieme. Questo è il mio metodo di lavoro: ogni scarpa è unica perché unisce la personalità del cliente a un attento lavoro di ricerca e progettazione.

Quanto sono stati determinanti i social per la tua attività?

Ho aperto la pagina Facebook nel 2015. La cosa sorprendente è che in meno di 24 ore, grazie alle condivisioni, la pagina ha raggiunto 500 fan. Da quando ho aperto la pagina ho ricevuto diversi contatti di persone e anche di testate giornalistiche. Ancora oggi rappresentano una vetrina importante per far conoscere la mia attività.

Cosa rappresenta il tuo logo?

Anche nella scelta del logo, ho voluto cercare qualcosa che mi rappresentasse. La ricerca non è stata facile. L’azzurro è il colore delle suole che realizzo ed è un elemento ricorrente delle mie creazioni. Lo strano uccello che compare nell’immagine, invece, è una sula dai piedi azzurri, un particolare esemplare di volatile che durante il corteggiamento mette in mostra le zampe danzando.

Come hai impostato la tua strategia di comunicazione online?

All’inizio, non capivo come comunicare sul web. Sono una persona riservata, non amo condividere tutto quello che mi succede. Quello che ho fatto all’inizio è organizzare la gallery nel modo più professionale possibile, per raccontare il mio lavoro e far conoscere le mie creazioni.

 

Bottega offline e online, come racconti il tuo lavoro?

Per me, è molto importante far conoscere il processo produttivo e le caratteristiche del prodotto, realizzato a mano. Ispirandomi alla rete e ai social, ho voluto creare una sorta di spazio “aperto” una grande vetrina che permette a tutti di vedere il mio laboratorio atelier con la massima trasparenza, online come offline.


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Circa vent’anni fa un magistrale Robin Williams porta sul grande schermo la storia fantascientifica del robot Uno: un AI che, per amore, riesce adessere riconosciuto a tutti gli effetti come un essere umano. Pochi mesi fa, nell’ottobre del 2017, l’umanoide Sophia è diventata cittadina saudita. Si tratta del primo robot a ricevere cittadinanza di qualsiasi paese nel mondo; quando la realtà supera la fantasia.

Non solo robot
Ma facciamo un passo indietro: cosa vuol dire esattamente intelligenza artificiale? Non esiste, in verità, una definizione universalmente accettata; al contrario, ironicamente, è proprio un AI, l’umanoide Sophia scelta da BBC Earth, a non lasciarci alcun dubbio su cosa significhi essere umani.

A dirla semplicemente un’intelligenza artificiale è un computer capace di svolgere funzioni e ragionamenti tipici della mente umana.
Le aziende stanno già investendo denaro in AI, ma gran parte di questo investimento deve ancora raccogliere i frutti. Secondo la società di ricerca Forrester, il 55% delle aziende non ha ancora ottenuto risultati concreti, e il 43% dichiara che è troppo presto per dire se il proprio investimento è stato o meno un successo. Il 2018 sarà l’anno del ROI, le aziende inizieranno a vedere i vantaggi dell’utilizzo dell’AI in alcune aree del proprio business, questo perché l’intelligenza artificiale automatizza attività più monotone, consentendo ai dipendenti di dedicare il loro tempo ad attività per la loyalty e che diano valore all’azienda. Ci si concentrerà su ciò che deve essere automatizzato in modo intelligente, in modo che le risorse non vengano investite in segmenti meno produttivi. Così si sta largamente riconoscendo la necessità di investire nella tecnologia con un obiettivo aziendale chiaro in mente; si vede finalmente l’AI per quello che è non solo un entusiasmante investimento tecnologico ma soprattutto uno strumento di lavoro pratico. Quindi, se il 2017 è servito a studiare e comprendere le funzionalità dell’intelligenza artificiale, nel 2018 si attuerà una vera e propria adozione pratica. Ciò significa conoscere finalmente l’AI e cambiare l’immagine di ciò che l’intelligenza artificiale rappresenta nel pensiero comune con irreali robot per la conquista del mondo ma forme di intelligenza “invisibili”. L’AI invisibile è ciò che le aziende puntano ad implementare nel proprio business, l’applicazione dell’apprendimento automatico per ottimizzare i processi in background e di back-end, utilizzando le tecnologie per semplificare e automatizzare.
È sull’intelligenza artificiale mainstream che, nei prossimi mesi, verrà posto l’accento. Da Siri in poi, l’AI è diventata una parte della vita quotidiana per la maggior parte di noi, la usiamo continuamente, e spesso, senza nemmeno rendercene conto. Ecco i futuri sviluppi dell’intelligenza artificiale.

L’AI sarà più umana
La Ericsson, nel proprio rapporto sulle tendenze tecnologiche, ha recentemente affermato che oltre la metà degli utenti attuali di assistenti vocali intelligenti ritiene che i dispositivi sono sempre più percepiti come altri esseri umani. È per questo che il 2018 dovrà finalmente puntare alla gestione della tecnologia conversazionale, includendo non solo la sensibilità emotiva, ma anche la tecnologia traslazionale che ci permetterà di comunicare senza problemi tra diverse lingue. Se Amazon sta già addestrando Alexa a riconoscere i modelli di discorso indicativi del desiderio di suicidio, in un futuro non troppo lontano l’AI potrà addirittura essere in grado di eseguire consulenze psichiatriche o fungere da rete di supporto per coloro che sono isolati.

Aiuto artificiale
Con la costante crescita dei dati prodotti dall’Internet of Things (IoT), le aziende hanno bisogno di aiuto per elaborare ed analizzare tutte queste informazioni. Grazie all’intelligenza artificiale si può dare un senso al prezioso, ma oneroso flusso di dati, e di fatto nel 2018 sarà l’unico modo per restare al passo con i tempi. Con i dati che diventano sempre più dinamici e la capacità di trasportarli sempre più impegnative, le applicazioni e le risorse necessarie per elaborarli devono essere allo stesso modo efficienti.

intelligenza artificialeCostretti a ripensare i big data, le aziende useranno tecniche di machine learning avanzate per prendere decisioni migliori con meno dati. L’intelligenza artificiale non sostituisce l’analista ma funge da supplemento automatizzando attività manuali e laboriose. Attraverso strumenti come Pentaho Data Integration, l’obiettivo resta quello di democratizzare l’ingegneria dei dati e il processo di data science. L’AI per l’apprendimento automatico è per tutte le aziende semplicemente un must-have del 2018.

Dati e AI
Gli esseri umani non riescono a stare al passo con la velocità con cui la tecnologia e le richieste dei clienti si muovono. Ecco perché sempre più aziende stanno sfruttando la potenza delle chatbot di intelligenza artificiale e di altri assistenti virtuali per gestire il flusso del lavoro quotidiano. Si stima che circa l’85% delle interazioni con i clienti entro il 2020 sarà completamente gestito dall’AI. Nel breve termine, vedremo una maggiore attenzione sull’allenamento della sensibilità dei robot, che permetterà agli umani di scaricare ancora più lavoro sulle spalle dei chatbot.

Se Alexa di Amazon ha recentemente implementato la sincronizzazione con Outlook e Google per aiutare gli utenti a tenere il passo con i propri impegni, un nuovo assistente virtuale di X.ai, Amy, risulta ad oggi affidabile tanto quanto un umano per piccole mansioni, come rispondere ai messaggi relativi a riunioni, pasti e chiamate senza mai avvisare il mittente che si tratta di un bot.

AI contro AI: siamo davvero al sicuro?
L’intelligenza artificiale intraprende azioni precise e mirate per neutralizzare nuovi cyber-attacchi man mano che emergono. Il 2018 sarà l’anno delle macchine che combattono con altre macchine, solo i migliori algoritmi vinceranno. Le applicazioni di sicurezza basate su AI possono leggere e comprendere eventuali falle di sicurezza, identificano cause, tendenze prevedendo possibili disagi ancor prima che si verifichino. È il caso della tecnologia IBM QRadar Security Intelligence Platform che fornisce l’architettura unificata per l’integrazione di SIEM (security information and event management), gestione dei log, rilevamento delle anomalie, analisi degli incidenti, risposta agli incidenti e gestione di configurazione e vulnerabilità.

Ma l’intelligenza artificiale sarà anche utilizzata per condurre attacchi informatici, l’apprendimento automatico sarà sfruttato dai criminali informatici per affinare le proprie tecniche di criminalità. I cyber delinquenti useranno l’intelligenza artificiale per attaccare ed esplorare le reti delle vittime, che in genere è la parte del lavoro più laboriosa dopo un’incursione.

intelligenza artificialeTempi maturi per il blockchain
Per chi non lo sapesse il blockchain il motore che dà vita al Bitcoin, si tratta di un database fondato su complessi algoritmi matematici; più semplicemente, può essere considerato come il libro contabile su cui sono registrate tutte le transazioni fatte dall’invenzione della moneta elettronica fino a oggi.

Secondo il CTO di Hitachi Vantara il blockchain sarà al centro delle scene nel 2018 per due motivi:

Il primo è l’uso delle criptovalute che, durante lo scorso anno, sono state largamente accettate come valuta stabile in paesi tormentati dall’iperinflazione. Giappone e Singapore hanno dichiarato che nel corso dei prossimi mesi creeranno criptovalute di proprietà gestite da banche e altre autorità. I consumatori potranno utilizzarle per pagamenti P2P, e-commerce e trasferimenti di fondi. Un grande progetto che avrà bisogno di aiuto per la realizzazione; molte banche dovranno rivolgersi alla blockchain per aiutarle a sviluppare la capacità necessaria per gestire gli account in criptovalute.

Il secondo è l’uso crescente di blockchain nel settore finanziario per processi di routine come le funzioni normative interne, la documentazione dei clienti e le registrazioni normative. Si prevede inoltre che i trasferimenti di fondi interbancari tramite registri blockchain si espanderanno nel 2018 e altri settori iniziano già a vedere le innumerevoli potenzialità in fatto, per esempio, di servizi di identità per assistenza sanitaria, governi, sicurezza alimentare o merci contraffatte.

Nel 2018 dobbiamo quindi aspettarci che la tecnologia si avvicini alla nostra vita quotidiana al punto di offuscare i confini tra uomo e macchina? No, siamo ancora lontani dalla realtà de L’uomo Bicentenario, piuttosto i tempi sono ormai maturi per una copiosa collaborazione tra intelligenza artificiale e umana, per portare benefici reali alla società.