Il cyberbullismo passa anche attraverso il revenge porn: ecco come facebook affronta il problema

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Circa un anno fa su Facebook sono state implementate una serie di strumenti per segnalare i contenuti, per lo più fotografici, in modo che la piattaforma attraverso il foto-matching ne eviti ulteriori caricamenti all’interno dei suoi servizi, includendo nella mischia anche Messenger e Instagram. È da qui che è partito il progetto per combattere il revenge porn, avviato e testato, al momento, solo in alcuni paesi: Australia, Stati Uniti, Canada e Regno Unito. Il processo è davvero molto semplice: le potenziali vittime possono fornire al social le immagini ritenute a rischio affinché vengano rimosse in caso di caricamento. Ecco come Facebook prova ad anticipare il cyberbullismo, provando a intervenire prima ancora che le foto vengano pubblicate.

Revenge Porn cosa significa

I primi passi di questo progetto sono stati fatti in Australia, e la scelta del paese non è stata di certo casuale. Pare infatti che nello stato dei canguri la revenge porn sia quasi un’epidemia e uno studio lo conferma. Addirittura un australiano su cinque, di età compresa tra 16 e 49 anni è stato colpito almeno una volta da questa triste sfumatura del cyberbullismo. Ma cosa significa esattamente revenge porn? Letteralmente vendetta porno sta ad indicare la condivisione pubblica attraverso internet di immagini o videodai contenunti esplicitamente sessuali senza il consenso del soggetto protagonista. Come la definizione ci fa capire la pubblicazione avviene principalmente con lo scopo di umiliare la persona coinvolta per ritorsione (in questo caso parliamo di sextortion) o vendetta. Non si tratta certo di una novità dell’ultima ora, e non si deve neppure pensare che visti i numeri australiani sia una realtà lontana dal nostro paese. Tristemente noto il caso della giovane Tiziana Cantone , morta suicida a 31 anni perché non reggeva più il peso della vergogna, dopo aver combattuto per un anno e mezzo chiedendo disperatamente la rimozione di immagini e video hot. Nè il primo nè l’ultimo caso in Italia dove purtroppo la situazione è veramente preoccupante. 

Ma è giusto combattere il revenge porn chiedendo proprio alle vittime, o potenziali tali, di caricare su Facebook le proprie foto intime? In effetti sembra una cosa assurda, inoltre scandali come Cambrige Analityca di certo non invogliano gli utenti a fidarsi e a fornire contenuti privati e sessualmente espliciti in termini “difensivi” al social network ultimamento tanto discusso. C’è davvero la certezza e l’assicurazione che tali scatti saranno poi rimossi totalmente dai server della società? Intanto c’è una cosa da chiarire una cosa, il team di Facebook è costantemente aiutato e supportato nel lavoro da istituzioni locali e dai centri di Sicurezza Informatica (eSecurity Office) dei singoli Paesi. In Australia c’è un apposito portale nazionale Esafety dove i cittadini potranno indicare le foto che ritengono possano essere ingiustamente diffuse. Da lì, le foto saranno segnalate all’ufficio di eSafety, che comunicherà quindi a Facebook di impedirne l’upload. 

Tempo fa Antigone Davis, a capo della divisione globale per la sicurezza, ha spiegato come Facebook stia prendendo accordi con organizzazioni che si occupano del tema per lavorare insieme al meglio.  Per ora le immagini possono essere caricate in modo sicuro, con un link usa e getta, facendo una richiesta a una delle associazioni coinvolte. Il sistema che utilizza il social network è molto semplice. Le foto saranno trasformate in una sorta di impronta digitale che la piattaforma confronterà con gli scatti caricati dagli utenti. L’impronta digitale sarà, dunque, utilizzata per bloccare tutte le foto che presentino corrispondenze. Un  team umano verificherà le foto manualmente per certificare che il loro contenuto violi effettivamente i termini di servizio della piattaforma e che siano davvero immagini intime non consensuali. Una volta create queste stringhe univoche associate alle foto Facebook notifica via email alla vittima eventuali caricamenti ed elimina le immagini dai server in non più di sette giorni. E il processo si ripete ogni qual volta quella foto, non importa se rinominata o modificata, verrà rilanciata in Facebook e le altre app di proprietà.  

Non sappiamo se questa sia davvero la soluzione al problema della porn revenge, certo è che è un primo importante passo in avanti. Uno su otto utenti di social media americani è stato un bersaglio di pornografia non convenzionale, secondo uno studio del 2017. Purtroppo si tratta di un fenomeno sovrannazionale e sia gli uomini che le donne sono vittime di molestie online, ma è molto più probabile che le donne ricevano forme sessuali di abuso online. Secondo un’altra indagine pare che ci siano addirittura 54mila casi di revenge porn ogni mese. Quindi ci viene da chiedere se ci sia prima di tutto un problema di volume. I contenuti inappropriati possono essere segnalati da sempre sui social network ma sono milioni le richieste di revisione ogni settimana, si finisce quindi per far passare anche contenuti inadatti per velocizzare il lavoro. Coinvolgendo le istituzioni nel processo Facebook vuole prevenire anzichè curare: rendere possibile la segnalazione di immagini potenzialmente pericolose ancora prima che vengano pubblicate.

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